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Numero 476
del 22/05/2012
Sud Sudan: un nuovo Stato, vecchie tragedie PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
sabato 07 gennaio 2012

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Sembra insensata la violenza che nei giorni scorsi ha sconvolto il Jonglei, uno dei 10 Stati di cui si compone il Sud Sudan, il Paese nato dalla secessione dal Sudan appena sei mesi fa: migliaia di persone uccise, diversi villaggi saccheggiati e dati alle fiamme, decine di migliaia di persone in fuga senza mezzi di sostentamento e con la prospettiva, al ritorno, di scoprire rubati e distrutti tutti i loro averi.

Eppure per aggressori e vittime quanto è accaduto ha un senso e si ripeterà ancora. Questa volta le vittime sono i Murle, aggrediti da 6.000 Lou Nuer che, nella loro furia, hanno saccheggiato anche due strutture dell’organizzazione non governativa Medici senza frontiere. Un mese fa invece erano stati i Murle ad attaccare di sorpresa, di notte, un villaggio abitato da etnie Lou Nuer e Dinka uccidendo 40 persone, ferendone una trentina e incendiando tutto quello che non potevano portare via. Andando a ritroso, l’episodio più grave degli ultimi mesi si è verificato la scorsa estate, ad agosto, quando dei giovani Murle hanno organizzato una razzia su vasta scala ai danni di alcune comunità Lou Nuer, come risposta a un precedente furto di bestiame subito: in quell’occasione i Murle hanno fatto un bottino di 38.000 capi costato oltre 600 morti e quasi 1.000 feriti.

Nuer, Dinka, Murle: sono tutte etnie dedite alla pastorizia, la loro fonte di sopravvivenza è il bestiame che inoltre è una componente indispensabile negli scambi sociali e costituisce il principale simbolo di status. I matrimoni, in particolare, si stipulano negoziando il numero di capi che una famiglia deve cedere in cambio di una moglie: l’istituzione, praticata da centinaia di etnie in tutto il continente, è nota come «prezzo della sposa». Il furto di bestiame serve ad accrescere le risorse di una comunità e da sempre è un fattore economico strutturale così come la conquista di pascoli e di punti d’acqua, l’altro costante motivo di conflitto, che si accentua periodicamente durante la stagione secca, soprattutto quando le piogge tardano ad arrivare.

Altrettanto comuni sono gli scontri tra pastori e agricoltori, come succede ad esempio in Nigeria, specialmente negli Stati centrali dove per di più a dividere contribuisce anche il fattore religioso. Ma il fenomeno è diffuso in tutta l’Africa tra le comunità che ancora praticano economie di sussistenza e che, oggi come in passato, necessariamente compensano la loro scarsa capacità produttiva con le razzie e lottano per mantenere il controllo delle risorse naturali – sorgenti, pascoli, acque pescose, boschi, terre coltivabili... – ed estenderlo, a scapito delle comunità vicine.

Pochi giorni prima che si verificasse la strage dei Murle, nel nord del Kenya, paese che confina con il Sud Sudan, i Borana, un’altra etnia di pastori, per vendicare una razzia di cammelli e di mucche hanno assalito un villaggio di Turkana, uccidendo una decina di persone e mettendone in fuga circa 2.000, rifugiatesi quasi tutte nella cattedrale di Isiolo, la cittadina più vicina e attrezzata per soccorrere gli sfollati. La relativamente piccola entità dei danni inflitti a persone e beni non ha reso l’evento di interesse internazionale, ma in quelle regioni del Kenya e in tutto il Corno d’Africa, colpito nei mesi scorsi da una grave ed estesa siccità, di episodi del genere se ne verificano ogni giorno e, come in Sud Sudan, sorgenti e pascoli sono oggetto quotidiano di contesa e scontro cruento. E, ancora, proprio come in passato, le razzie si estendono anche agli esseri umani.

Le diverse etnie, oltre al bestiame e ai raccolti, rapiscono i bambini che, insieme alle donne, sono la manodopera su cui grava la maggior parte delle attività lavorative in base a una divisione del lavoro che tradizionalmente assegna ai maschi poche mansioni e soltanto in alcune fasi della loro vita. I Murle ad agosto avevano rapito 200 piccoli Lou Nuer.




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