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Numero 476
del 22/05/2012
L'endorsement del Wall Street Journal a favore di Santorum PDF Stampa E-mail
! di Marco Respinti
respinti@ragionpolitica.it
  
mercoledì 11 gennaio 2012

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Il padre riconosciuto del neoconservatorismo statunitense, Irving Kristol (1920-2009), iniziò a emanciparsi dal trotzkysmo giovanile pubblicando un libro che ha fatto epoca, Two Cheers for Capitalism (1978). Noi diremmo «Due urrà per il capitalismo». Due, non tre: come a dire vittoria ai punti ma non per k.o., oppure assoluzione per insufficienza di prove contrarie ma non con formula piena poiché il fatto non sussiste. Ecco, di pari tenore è l’apprezzamento del programma economico di Rick Santorum ‒ il candidato Repubblicano alle primarie che piace alla Destra di popolo, ai «Tea Party», ai pro-lifer e ai cattolici senza sconti ‒ espresso The Wall Street Journal il 9 gennaio, vigilia di elezioni in New Hampshire, dopo da maiuscola prova offerta in Iowa da Santorum e sofferta dal «favorito» Mitt Romney. 

Con un ampio pezzo non firmato e dunque autorevolissimo, e come il buon Kristol allora, il WSJ plaude oggi con sì un po’ di timidezza a Santorum, ma non senza convinzione. Ebbene, avendo chiaro cosa è il WSJ e gli interessi che esso rappresenta (quelli economici, e persino finanziari, che certo non esauriranno il panorama di interessi e valori di chi lo fa, pensa e dirige quotidianamente, ma che altrettanto certamente sono la ragione sociale d’essere di quel quotidiano «borsistico»), così come avendo chiaro chi è Santorum e il mondo che egli si porta dietro, la cosa giornalisticamente parlando è un notiziona e politicamente è una bomba.

Si tratta infatti né più né meno che di un endorsement, ben rotondo anche se espresso in punta di penna. Secondo il quotidiano finanziario di New York, autorevolissimo (in tema di economia), la ricetta proposta da Santorum è piuttosto buona. Anzi, persino più convincente di quella di Romney. Ed eccola qui la notizia: Romney, businessman di successo prima che ex governatore del Massachusetts, è uomo certamente vicino al mondo delle banche, della finanza e dei dividendi. A quel mondo il suo stile piace mediamente di più di quello di un Santorum, noto invece per la difesa tetragona (anche al Congresso) di quei «princìpi non negoziabili» che però per molti sono un ostacolo al profitto. Bene inteso, Romney non è affatto un nemico di quei «princìpi non negoziabili», ma alla «gente che conta» il suo modo di fare anche su questi argomenti risulta meno ostico rispetto a quello del «pasdaran» Santorum. Logico attendersi che le ricette economiche di Romney siano più in linea con i desiderata di quel mondo rispetto a quelle di Santorum, che certo non difetta di «liberismo» ma che magari viene percepito come troppo zavorrato dalla sua coscienza… E invece no.

Per il WSJ (che non coincide con «i mercati», ma che pure ne rappresenta una fetta fondamentale) Santorum batte Romney, e proprio in campo economico. Per il WSJ Santorum comincia bene, e dunque è a metà dell’opera, perché punta tutto sulla crescita economica, «prerequisito di qualsiasi aumento di entrate per tutti i cittadini statunitensi, specialmente per i poveri». Come spiega il quotidiano economico, il profitto riversa carità sui meno abbienti giacché è «un errore politico quello di fissarsi sull’ineguaglianza di reddito» e ‒ implicitamente ricordando come la radici culturale di tutti i socialismi ridistributivi sia uno dei sette peccati capitali insegnati da madre Chiesa, cioè l’invidia personale e sociale ‒ «l’unico modo per sconfiggere la politica dell’invidia e la politica della crescita».

Santorum, dunque, «batte Romney», che si rifiuta di prospettare riduzioni fiscali alle persone fisiche perché già lo accusano regolarmente di favorire sempre «i ricchi», presentando all’elettorato un piano fatto di solide fiscali. «Egli», scrive il WSJ, «propone un ritorno all’aliquota fiscale massima del 28% dell’era Reagan, seguita da un’altra aliquota del 10% per i cittadini con salari medi. Poi mira a una tassa sui capital gain del 12%, che quindi scenderebbe rispetto al 15% attuale e che sarebbe pure la metà di quel 23,8% promesso da Barack Obama per il 2013». Perché dunque, come il buon vecchio Kristol, gli urrà del WSJ per Santorum sono due e non tre? Perché il quotidiano economico non è affatto conquistato dalla proposta Santorum di tagliare della metà (scenderebbero al 17,5%) le imposte sul reddito di gran parte delle imprese ma non quelle dell’industria manifatturiera, in più premiando (con del «protezionismo» bello e buono, affonda il WSJ) le aziende che non delocalizzando all’estero i posti di lavoro. Né al WSJ piace l’idea di triplicare il credito d’imposta per i bambini, tema che invece negli USA sfonda nel cuore della Destra «sociale».

Ora, il WSJ sostiene che meglio di Santorum in economia fanno oggi altri due candidati Repubblicani alle primarie, Jon Huntsman che propone l’aliquota fiscale massima al 23% e Newt Gingrich, che vuole una contribuzione volontaria che tocchi il picco al solo 15%: ma forse si rende conto che una cosa sono i sogni, un’altra la realtà. Del resto Santroum, sottolinea ancora il WSJ, in 16 anni di attività al Senato federale di washignton si è sempre comportato egregiamente sul tema della spesa pubblica ed è stato fra gli architetti del famoso «Contract with America» con cui nel 1994 i Repubblicani ottennero una vittoria storica al 104° Congresso (intronizzando proprio Gingrich alla presidenza di quell’assise) la quale permise di rallentare lo statalismo e di pareggiare il bilancio. La sua opposizione al Nafta, lo spazio commerciale fra i Paesi dell’America Settentrionale del resto inviso pure a molti «liberisti» doc, e le sanzioni commerciali alla Cina per violazione delle leggi di mercato e manipolazione di valuta, piacciono poco a Wall Street, ma il suo Journal dice in pubblico che Santorum ha comunque le carte in regola. Più di Romney.

Per aiutarlo a spuntarla il WSJ gli consiglia di trasformarsi nel «candidato della crescita economica»; di quella morale, infatti, Santorum ha già fatto cappotto. Ma la vera sorpresa è che un barracuda come il WSJ riesca a guardare oltre ogni possibile collisione tra le due. Un segnale mai visto per il Paese, un messaggio da cogliere al volo per Santorum.




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