Partiamo da un dato statistico allarmante e paradossale: il livello medio dell'evasione fiscale nel Nord Italia si attesta tra il 15 e il 20 per cento, mentre al Sud tocca punte dell'85%, con particolare riferimento a regioni come la Calabria e la Puglia.
Come ha ben argomentato Luca Ricolfi nel suo ultimo libro, «La Repubblica delle tasse», questo tasso di evasione spropositato ha consentito al Sud di crescere economicamente più del Nord negli ultimi 10 anni.
Semplificando, di fronte ad un Settentrione che cresce a mala pena dello 0,5 all'anno, quindi prossimo alla stagnazione, il Meridione cresce più del doppio.
Non interessa in questa sede fomentare smanie secessioniste, colpevolizzare questa o quella classe dirigente né, meno che meno, esaltare il virtuoso Nord in contrapposizione al Sud: l'analisi dei dati effettuata dall'Osservatorio del Nord Ovest, dalla rivista Polena e dall'Università di Torino tra gli altri fornisce questo inequivocabile risultato e, così come è, lo riportiamo.
Assodato pertanto che un'emergenza evasione esiste, e i dati, pubblici e a disposizione di chiunque, individuano come particolarmente virulente ben specifiche aree geografiche ci si chiede, con una punta di sconcerto, a quale scopo siano stati promossi controlli a tappeto da parte della Guardia di Finanza a Cortina e a...Portofino. E soprattutto come mai è stato dato un risalto mediatico all'operazione forse degno di miglior causa.
Qualcuno potrebbe obbiettare che da qualche parte bisogna pur cominciare.
Ebbene, se così fosse, strategia ed elementare buon senso suggeriscono che il «serpente» si schiaccia sempre dalla testa. Non dalla coda. Soprattutto se detta coda risulta, come nel caso specifico di Portofino, miseramente striminzita.
Eppure non sono mancate le lodi sperticate e le menzioni di merito per il solerte e severissimo battage di controlli a campione in due delle nostre «capitali del lusso».
Già, «capitali del lusso»: queste sono le parole chiave.
Perché al di là dell'efficacia di suddetti controlli l'effetto mediatico che si è voluto produrre è stato pienamente raggiunto: facendo leva su un immaginario collettivo oggi purtroppo denso di livore sociale e di rinato odio di classe, il governo Monti ha trasmesso l'idea di essere fattivamente impegnato a difendere la giustizia sociale e l'equa ripartizione della ricchezza senza avere, in realtà, fatto nulla di nulla.
Generando anzi un pericoloso equivoco dalle conseguenze imprevedibili e inconoscibili: quello in base al quale chi guida un'auto di grossa cilindrata, chi frequenta ristoranti e alberghi di alto livello, chi acquista abiti e calzature in negozi griffati abbia per forza qualcosa da nascondere o, comunque, la coscienza fiscale poco pulita.
Obiettivi facili, pertanto, immediatamente individuabili senza la necessità di alcuno sforzo investigativo, poiché lo scrimine tra onestà e disonestà è rappresentato dalla cilindrata di un auto o dalla farcitura di un sandwich (se sono cipolle va bene, se è caviale no).
Non conta qui la rilevanza penale di un determinato comportamento, perché come in ogni fascia sociale ci saranno consumatori direzionali di champagne onesti e disonesti, quanto più l'associare mediaticamente un determinato stile di vita ad una condotta percepita come moralmente esecrabile in ogni caso, sia da parte significativa dell'opinione pubblica che da parte consistente di quella privata.
Il pretesto per quanto riguarda la città di Cortina è stato fornito da un aumento del fatturato complessivo delle attività ivi operanti che ha sfiorato lo scorso anno il 300%: questo è stato sufficiente a postulare che, in un momento di crisi e scarsa disponibilità di risorse, tale aumento di proventi derivasse per forza da comportamenti fiscalmente illeciti da parte dei villeggianti così come da compiacenza nell'evitare scomode fatturazioni da parte degli esercenti.
In realtà si è voluto colpire un simbolo: un simbolo che, per quanto discutibile possa essere percepita la cosa, rappresenta ricchezza, benessere, elìte (più o meno...). Situazione ben diversa dall'altopiano della Sila o dal Gargano, realtà nelle quali gli evasori professionisti guidano un utilitaria, vestono dimessamente e, magari, girano pure armati. Soggetti duri da individuare e, in ogni caso, ancor più duri da gestire una volta individuati dopo doviziosa e faticosa investigazione. Robetta ad alto rischio, insomma.
La pretestuosità dell'operazione destinata a «far piangere i ricchi» ha toccato la sua massima punta in quel di Portofino, realtà ligure una volta patinata e oggi particolarmente sofferente.
Abitando a pochi chilometri dalla «Perla del Tigullio» mi sono casualmente trovato là proprio durante il periodo dei controlli anti-yacht: bellissimo paesaggio, nulla da dire; aria frizzante densa di salsedine; tramonto suggestivo.
Ma...neppure l'ombra di un turista: saracinesche chiuse o a mezz'asta, la storica Piazzetta deserta, il porto turistico negletto e abbandonato, i pochi ristoranti aperti in vana attesa di un cliente. Nulla, niente e nessuno, quindi, che fosse assoggettabile ai severi controlli a campione promossi dal signor Befera su indicazione del professor Monti.
Evidentemente ci deve essere stato un gap a livello informativo che ha, suo malgrado, coinvolto la Guardia di Finanza, poiché anche i sassi sanno che tra novembre e marzo Portofino diventa una ghost town, molto apprezzata dagli autoctoni tigullini che ricusano il caos dei mesi estivi, ma sicuramente ignorata dal jet set nazionale ed internazionale, nella quale al massimo si può contestare un verbale per pesca abusiva di calamari all'occasionale pescatore dilettante.
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