Bocciatura. Questo è stato l’esito, per altro annunciato dalle indiscrezioni dei giorni precedenti, della pronuncia della Consulta sull’ammissibilità del referendum sulla legge elettorale. Bocciato quindi il primo quesito, che chiedeva l’abrogazione in blocco dell’attuale legge elettorale targata Calderoli, il cosiddetto Porcellum. Ma non ha superato il vaglio dei giudici della Corte Costituzionale nemmeno il testo del secondo quesito. Confermata, quindi, la consolidata prassi della Corte Costituzionale, contraria o quanto meno restia ad ammettere quesiti abrogativi sulla legge elettorale.
Qualunque fosse stato l’esito della Consulta, i leader di Pdl, Pd e Terzo polo sembravano già nei giorni scorsi orientati a discutere in Parlamento una modifica della forma elettorale. Accantonando di fatto, e al di là del fallimento dei promotori referendari, il Porcellum. Non più tardi della primavera del 2013 si tornerà alle urne e, indipendentemente dal referendum e dalla pronuncia della Consulta, occorre quindi riflettere. Le idee su quale sistema adottare, però, sono le più varie e i modelli si sprecano. Un punto appare, però, ormai assodato: va restituito ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti senza stravolgere il sistema bipolare. che garantisce una maggioranza stabile, in grado di governare, nel rispetto del mandato ricevuto dai propri elettori al momento delle urne. Ecco perché risultano condivisibili e apprezzabili le parole di Alfano che ha espresso «l'assoluta convinzione della necessità di mantenere fermo il principio bipolare, che consente ai cittadini di scegliere il Presidente del Consiglio, la maggioranza e il relativo programma elettorale».
Al di là dei modelli e degli schemi, deve valere il principio basilare secondo cui chi vince governa e chi perde va all'opposizione. Un principio che, in parte, è stato assicurato proprio dal bipolarismo. E qui ci avviciniamo ad altri tasselli fondamentali: l’indicazione del premier e la scelta del programma elettorale. Senza questi tasselli lo schema non funziona: la rappresentanza risulta monca e l'assetto democratico divine forma senza sostanza. Perché in una democrazia rappresentativa il vero legame tra elettore e rappresentante è nel programma elettorale (e quindi di governo), nel progetto politico, nelle idee, nei valori, nelle cose da realizzare.
Lo stesso principio di trasparenza che si invoca per la scelta dei candidati deve quindi essere rispettato nel diritto di scegliere il programma di governo – sulla forma che deve assumere questo vincolo si può poi aprire una lunga discussione – e di conseguenza nell’indicazione del premier. Chi vince governa e chi perde va all’opposizione: un principio bipolare il cui assioma è dato dal nome del premier designato dalla maggioranza che esce dalle urne. Il Presidente del Consiglio non può essere una variabile dell’equazione elettorale, ma il risultato. Non si può restituire ai cittadini diritto di scelta, senza permettergli di scegliere il premier che governa e, soprattutto, la rotta da seguire nei successivi cinque anni.
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