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Numero 464
del 22/02/2012
L’ignavia europea di fronte alla crisi PDF Stampa E-mail
! di Abbé Blavet
blavet@ragionpolitica.it
  
domenica 15 gennaio 2012

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Tanto tuonò che piovve: la mannaia del rating é calata venerdì 13 su nove debiti sovrani europei. L’azione di S&P ha minato alla radice la «grandeur» francese e portando l’Italia alle soglie del «non investment grade» .

Tra ottobre e dicembre il direttorio franco-tedesco ha brillato per l’inefficacia con cui ha gestito, con la clamorosa ignavia della troika comunitaria «Van Rumpuy – Barroso – Ashton», la persistente crisi del debito sovrano di Eurolandia. La perdita della tripla A francese e la retrocessione del debito italiano a BBB+ sono forse gli aspetti piu’ clamorosi. La mancanza di misure efficaci e concrete a sostegno della finanza comunitaria non poteva non tradursi in un acquirsi della crisi. A dimostrarlo basta citare la svalutazione record dell’euro rispetto a dollaro, yen e sterlina, la serie negativa delle borse continentali e l’ apparentemente inarrestabile «contagio» della crisi del debito da Grecia, Portogallo ed Irlanda a Spagna, Italia, Francia e Belgio (recentemente down graded da Moody’s ad Aa1 da Aa3).

Il «downgrading» di venerdì 13 gennaio per nove Paesi dell’eurozona da parte di S&P era stato largamente anticipato e dato per scontato negli ambienti internazionali proprio in ragione della mancanza di misure efficaci atte a stoppare il contagio. Il tutto avviene in un costante quadro di stagnazione (ad essere ottimisti) o recessione (a essere realisti), con le stime ufficiali di crescita per Eurolandia fissate, per il 2012, tra lo 0.3 % (Bce) e lo 0.5% (Commissione europea), mentre la disoccupazione è ormai verso la doppia cifra (è superiore al 20 % in Spagna).

I 15 summits ed incontri bilaterali degli scorsi due anni non hanno conseguito alcun risultato tangibile se non quello di far considerare ancora più a rischio i debiti sovrani europei. In un precedente articolo del 21 ottobre scorso avevo provato a riassumere i tre risultati minimi attesi negli ambienti internazionali dal summit europeo del 23 ottobre scorso per potere confermare la fiducia nell’Euro: (a) dichiarare apertamente il default greco, (b) bloccare il contagio a Spagna, Italia, Francia e Belgio e a chissà chi altro con la creazione – se non di un sistema di eurobond (unica reale via d’uscita) - almeno di un fondo (gestito da chi, e chiamato come, non importava) dotato di almeno 2-2.5 trilioni di Usd, e (c) salvare le banche europee che necessitavano di una ricapitalizazione di 250-300 miliardi di euro. In assenza di questo, o prima o dopo, l’eurozona sarebbe incorsa in problemi assai seri.

Cosa abbia partorito il Summit di ottobre a guida franco-tedesca é cosa nota. Oltre ad accelerare la caduta del Governo Berlusconi (dopo quelli Greco e Spagnolo) si decise: (a) di continuere l’accanimento verso la popolazione greca, cui imporre ulteriori ed inutili tagli a balzelli fiscali spingendo la Grecia verso una terribile recessione e l’inevitabile crollo della coesione sociale, contando – in modo «naif» e/ o irresponsabile - sulla volontà dei privati di auto-ridursi il valore dei grandi quantitativi di obbligazioni greche presenti nei loro «balance sheets» (il risveglio, brusco, è di questi giorni); (b) al netto di dichiarazioni di principio su un possibile fondo da 500 miliardi di euro (da definirsi nel marzo 2012) si sarebbe continuato a far vivere Italia, Spagna, Francia e Belgio sotto il rischio declassamento, con spread crescenti verso il Bund tedesco e, quindi, sotto la minaccia di ulteriori manovre di inasprimento fiscale foriere di gravi spinte recessive. Niente, assolutissimamente niente in relazione all’imminente recessione che ridurrà ulteriormente la crescita europea con tutte le implicazioni socio-economiche del caso.

Il nuovo summit «decisivo» europeo del 9 dicembre informò il mondo sulla irrevocabile decisione di pianificare la creazione di una reale «Unione fiscale». Il piano (uno dei tanti partoriti negli ultimi due anni) ipotizza la messa a punto ed attuazione di tutta una serie di misure, a partire da un «Fiscal Compact» ancora tutto da definire nei dettagli ma, ovviamente, «estremamente-rigoroso», che dovrebbe evitare l’insorgere di eccessivi debiti pubblici, obbligando i Paesi meno virtuosi a rientrare – in pochi anni – al 60% del debito su Pil: per intenderci, l’Italia dovrebbe andare avanti a manovre da 30-40 miliardi annue per diversi anni, con l’inevitabile aumento della fase recessiva e della conflittualità sociale. Niente è tuttavia definito: vediamo cosa succede a marzo. L’intento è notevole ma, come esplicitamente dichiarato, servirà (forse) ad evitare l’insorgere di nuove crisi ma (assai probabilmente) non servirà a gestire la drammaticità della crisi esistente. Un solo concreto risultato ottenuto: aiutare le banche europee.

Il solo vero risultato (indiretto) del summit pre natalizio è stato la decisione di «imporre» (absit iniuria verbis) alla Bce di fornire «prestiti» triennali a «tasso d’interesse» dell’1% alle banche europee per un ammontare di ben 490 miliardi di euro, senza contare una seconda pioggia di prestiti triennali a partire dal febbraio prossimo. Meglio sarebbe stato un maggiore, e più alla luce del sole, acquisto di titoli dell’eurozona, ma le banche hanno avuto la precedenza.

Il prossimo trimestre sarà delicatissimo per le sorti dell’Euro. Come recentemente sottolineato dalla banca svizzera Ubs, nei prossimi tre mesi i 17 paesi dell’Eurozona vedranno arrivare a scadenza debiti per un controvalore di 157 miliardi di euro. Nel frattempo, sia la Merkel che Sarkozy anticipano un 2012 assai turbolento e potrebbero avere, per la prima volta da anni, ragione. Sembra proprio che la Ue ed i suoi membri navighino a vista, puntando a guadagnare tempo senza nulla decidere. A rinforzare questa convinzione è l’impressione della facilità con cui in sede europea, all'inasprirsi della crisi, ci si fa prendere dall’ansia, rientrando precipitosamente su decisioni prese precedentemente. Ultimo esempio in questo senso sono state le dichiarazioni, a margine di non ricordo quale ennesimo summit bi- o trilaterale che fosse, che, invece che a marzo, il nuovo fondo e le misure del «Fiscal Compact» andranno definite forse già a gennaio.

Nel frattempo, nei mercati borsistici imperversa la volatilità. Da diversi mesi assistiamo a rialzi borsistici - all’annuncio di misure «decisive» in sede comunitaria – subito seguiti da pesanti ribassi quando nulla arriva a sostegno degli annunci: sotto questo punto di vista, la terza settimana di gennaio si presenta come una settimana di passione per le borse europee. In parallelo, continua l’apparentemente inarrestabile – ma prevedibilissima, come dimostra l’articolo che scrissi nel gennaio 2011 - crisi del sistema bancario europeo alla disperata ricerca di una ricapitalizzazione pari ad oltre 100 miliardi di euro e richiesta a seguito di recenti Stress Test – molto più seri dei precedenti – ordinati dalla «European Bank Authorithy, Eba».

E’ ai blocchi di partenza una gara «globale» ad accaparrarsi la fiducia degli investitori. Le maggiori economie mondiali vedranno maturare debiti per un controvalore di 7.6 trilioni di Usd. Computando anche gli interessi, si renderà necessaria la mobilizzazione di oltre 8 trilioni di Usd. Se si tiene conto di possibili ulteriori down grading di una quindicina di paesi, é evidente che gli investitori chiederanno un aumento degli interessi, rendendo inevitabile un’accesa competizione tra Stati visto che, se anche tutti i prestiti andranno rimborsati, sarà necessario un rifinanziamento di pari valore e, quindi, la grande (ma non infinita) liquidità esistente nei mercati internazionali andrà verso le obbligazioni sovrane che garantiranno il miglior rapporto tra rischio percepito ed interessi offerti.

L’Italia dovrà rifinanziare 428 miliardi Usd di debiti che matureranno nel 2012 (cui si devono aggiungere 70 miliardi di interessi). La Francia dovrà rifinanziare 367 miliardi Usd, e, lunedi 16 gennaio, la Francia dovrà piazzare oltre 8 miliardi di euro, rendendo questa operazione una buona cartina di tornasole per capire come i mercati reagiranno alla perdita della tripla A. La Germania sarà tenuta a rifinanziare 285 miliardi avendo, quindi, tutto l’interesse ad avere spreads elevati dei loro Bunds rispetto agli altri Paesi. A titolo di paragone, i bisogni in rifinanziamento saranno di 169 miliardi di dollari per il Brasile, di 121 per la Cina e di 57 per l’India.

Nel 2011 i costi per interesse sono aumentati del 39% per i membri del G-7 (in discesa solo i tassi Usa), restano immutati per la Cina e sono diminuiti del 8.0% per l’India. Una situazione assai critica per la competitività internazionale dei paesi G-7 rispetto alle economie emergenti. A circa due mesi dalla caduta extra-parlamentare del Governo Berlusconi, le misure del governo Monti non sembrano avere finora ottenuto i risultati attesi.

Le principali ragioni di coloro  che hanno chiesto e ottenuto la fine del Governo Berlusconi a causa degli alti spreads, di tassi d’interesse superiori al 7% e bassa crescita  sono state clamorosamente sconfessate, considerato il fatto che tali problemi non sono ancora stati efficacemente contrastati dal governo Monti. Lo spread sul Bund resta attorno ai 500 punti base ed i buoni decennali viaggiano sempre sopra quota 7%. Il 2012 vedrà un’Italia in recessione. La manovra adottata finora dal Governo Monti (75% in maggiori imposte) non potrà che avere un impatto negativo di breve-medio termine sulla crescita. Secondo il Vice Ministro Grilli (dichiarazione del 4 dicembre scorso) l’Italia sarà in recessione nel 2012 (calo dello 0.4-0.5%) e rimarrà a crescita zero nel 2013.  «La decisione conferma la mia convinzione che abbiamo un lungo percorso davanti a noi prima di riottenere la fiducia degli investitori». E’ con queste parole che il Cancelliere Merkel ha commentato, in una dichiarazione di sabato scorso a Kiel, la decisione di S&P di tagliere il rating di nove paesi Ue.

Al di là di considerazioni sul reale «cui prodest» della decisione di S&P, é un fatto che i mercati continuano a fidarsi poco del sistema europeo in generale e di quello italiano  ed il problema reale é nell’assenza di crescita. Purtroppo (o a ragione), negli ultimi 18 mesi i finanziatori del debito pubblico europeo hanno ritenuto di dovere considerare gli Stati sovrani alla stregua di imprese private in cerca di credito. Sulla base di questo approccio hanno deciso (semplifico molto) di basare le decisioni sulla concessione di prestiti agli Stati sovrani sulla struttura del «cash flow» (flusso di cassa) degli Stati piuttosto che sulla struttura macro-economica. In altre parole, i finanziatori considererebbero non adeguato il «cash flow» del sistema Italia (europeo) visto che – sommando avanzo primario e crescita – non si arriverebbe a coprire gli interessi sul debito, per non parlare di potere ridurre il debito. La permanenza di tassi superiori al 7% nel medio lungo termine  potrebbe quindi spostare le problematiche – in assenza di crescita adeguata - da quelle di una bassa «liquidità» (i.e.: difficoltà crescenti nell’accesso al credito) a quelle di una bassa «solvibilità» percepita (i.e.: difficoltà nell’onorare il debito).

Ecco quindi che la Ue ed i governi dell’Eurozona devono decidersi a prendere provvedimenti concreti atti a stimolare la crescita ed a tranquilizzare i mercati. La sola reale possibilità, quindi, risiede nell’emissione di eurobonds che vadano a coprire la parte del debito pubblico eccedente il 60% sul Pil e/o a sviluppare un sistema di «projects bonds» per il finanziamento di progetti infrastrutturali in sede europea.

Inoltre il fondo «Efsf» ha pochissime chanches di successo a causa (a) della sua sottodimensione (440 miliardi, teorici, rispetto ad un bisogno di 2-2500 miliardi) e (b) del fatto che le sue obbligazioni risentiranno in maniera negativa della perdita della tripla A di Francia ed Austria). Del nuovo ventilato fondo «salva Stati» (verrà definito a marzo e/o a fine gennaio) non si conoscono ancora i dettagli.

 

Abbé Blavet, «Ultima chiamata per l’Europa di Maastricht? »,  21 Ottobre 2011 ;

www.ragionpolitica.it Abbé Blavet «Verso un difficile 2011 per le banche europee», 3 gennaio 2011 ; 




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