Vi ricordate cosa accadeva fino agli inizi di novembre? L'Italia della grande stampa, dei consessi imprenditoriali e sindacali era scatenata contro la presunta scarsa credibilità del governo Berlusconi, reo di essere la causa dell'impennata dello spread tra i nostri titoli di Stato e i benchmark tedeschi, passati da circa 150 punti base da prima dell'estate a 550 punti circa nei giorni incandescenti precedenti alle dimissioni dell'ex premier.
E cosa era successo in quei quattro-cinque mesi, da avere provocato la crisi di appetibilità sui mercati dei nostri titoli? Nulla. Anzi, il Governo si era prodigato con due manovre finanziarie in poche settimane, come mai era accaduto prima nella storia italiana. Ma le piazze urlanti e scatenate pretesero la testa del presidente Berlusconi, rispetto alla cui figura non si faceva altro che rimarcare sui quotidiani nazionali più importanti quanto la sua figura fosse insignificante a livello europeo, tanto che il capo del Governo italiano non veniva neppure invitato ai vertici del direttorio franco-tedesco.
Da allora sono trascorsi due mesi e mezzo esatti e siamo già in grado di fare le prime valutazioni sull'Italia del nuovo premier Monti. Partiamo dall'andamento dei mercati. Piazza Affari da allora continua ad alternare sedute in positivo a veri tonfi, senza una chiara tendenza stabile, tanto da avere chiuso il 2011 in calo di circa un quarto del suo valore iniziale a gennaio. Non può esistere alcun investitore oggi in grado di affermare che la borsa italiana abbia beneficiato anche di un solo decimale grazie alla caduta del governo Berlusconi. E se esaminiamo uno dei banchi di prova che ha di fronte il nuovo esecutivo, ossia il famoso spread, ci accorgiamo che il differenziale tra i rendimenti dei nostri titoli e quelli tedeschi si attesta ancora ai livelli massimi raggiunti subito prima delle dimissioni del precedente governo e solo da un paio di sedute si trova al di sotto dei 500 punti base, pur restando nettamente sopra i 450 punti.
Dunque, un titolo a dieci anni rende ancora oggi in Italia il 6,5% circa, ma la scorsa settimana eravamo sul 7,16%, ai massimi da quando siamo nell'euro. Per non parlare del fatto che lo scorso venerdì l'agenzia di rating Standard & Poor's ha declassato i nostri titoli di stato a BBB+, giudizio mai così basso nella storia italiana. Dalla stampa finanziaria e non, che fino a novembre gridava alla scarsa credibilità di Berlusconi, non solo non si è ritenuto che tale «downgrade» fosse da addebitare al nuovo governo (che ha mutato le previsioni di crescita sul 2012 da piatte a negative fino a un calo del pil del 2,5-3%), ma addirittura si è reagito a tale declassamento con una difesa strenua dell'operato dell'esecutivo e con accuse rivolte alle agenzie di rating e al loro modo di intervenire sui mercati. E non si può dire che abbiano tutti i torti, semplicemente valeva lo stesso ragionamento anche sotto il governo Berlusconi.
Ma per vagliare tutti i «successi» dell'era Monti non possiamo non parlare anche della previsione a breve di una nuova bocciatura dei nostri conti pubblici da parte di Fitch, che dovrebbe avvenire entro la fine di gennaio. Tuttavia, il culmine della nuova era è stato raggiunto martedì, quando scopriamo dalle agenzie di stampa che il presidente francese Nicolas Sarkozy ha deciso di annullare il vertice trilaterale che si sarebbe dovuto tenere a Roma, venerdì prossimo, insieme al premier italiano e al cancelliere tedesco Angela Merkel. La ragione di questo appuntamento cancellato risiede nella volontà dell'Eliseo di affrontare con misure urgenti di politica fiscale la bocciatura di S&P, che ha privato i titoli transalpini della tripla A, ossia della massima valutazione, per la prima volta nella loro storia. Insomma, per Sarkozy prima verrebbero le cose serie di casa propria e poi, se resta tempo e voglia, un incontro a Monti lo si potrà pur concedere. Il Prof. puntava molto a farsi vedere a casa propria con Sarkozy e Merkel, perché ciò avrebbe dato l'immagine di un uomo capace di avere riportato l'Italia tra i grandi protagonisti dell'Europa. E non ha mancato in ogni occasione lo stesso premier di sottolineare come l'Italia sia «tornata» protagonista nel Vecchio Continente.
Ciò che emerge dal quadro internazionale è, quindi, uno scenario del tutto uguale a quello pre-Monti. L'Italia è sotto attacco della speculazione finanziaria, cosa che si aggraverà ancor di più nei prossimi mesi, quando il tanto temuto default greco sarà quasi certamente una realtà. E oggi, come prima, l'Europa è assente, con il direttorio franco-tedesco che non è stato in grado di trovare alcuna soluzione reale ed efficace ai problemi della crisi. Il fallimento irreparabile è avvenuto proprio al vertice dell'8-9 dicembre a Bruxelles, che da risolutivo si è trasformato in un incontro in cui la Germania ha ribadito i suoi ben noti «nein», limitandosi ad auspicare una maggiore unione fiscale. E' stato lo stesso Monti, alla conferenza stampa di fine anno, ad ammettere che il fallimento di quel vertice sarebbe alla base della delusione dei mercati e del conseguente livello cronico di allarme del nostro spread. Pensate se lo avesse detto Berlusconi. I giornali lo avrebbero tacciato di giocare allo scarica barile e di toni anti-europeisti.
Nei fatti la questione della crisi si potrebbe risolvere solo a livello europeo, perché le cause non stanno a Roma o a Madrid, bensì nella scarsa credibilità del sistema messo in atto da Bruxelles, che si è molto prodigato per creare organi e organismi pletorici e dalla non sempre facile comprensione dei ruoli, architettando un'unione monetaria unica al mondo, caratterizzata da una politica monetaria slegata del tutto da quella fiscale: in sostanza sono sono state messe insieme ad oggi 17 realtà, che hanno in comune una moneta, ma che si presentano divise sui mercati quando emettono i bond governativi. Lo dimostra la questione della crisi greca, che è diventata gigantesca non per le sue dimensioni in sé (il pil greco incide per circa il 3% dell'intero pil dell'Eurozona), quanto perché spia di un meccanismo che non funziona, che prevede 17 mercati diversi a fronte di un'unica moneta, che si regge solo sulla credibilità dell'Unione.
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