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Numero 464
del 22/02/2012
Gli sprechi dell'Unione Europea PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
mercoledì 18 gennaio 2012

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Si è riparlato nei giorni scorsi della possibilità, già ventilata dal governo Monti alla fine del 2011, di imporre in Italia una tassa sul «cibo spazzatura» – merendine, snack e altre golosità ricche di grassi saturi – sulle bevande gassate e zuccherate e sugli alcoolici. Avrebbe – dicono – un duplice effetto positivo. Porterebbe denaro alle casse dello Stato che lo investirebbe nel settore sanitario, per costruire e ammodernare gli ospedali, e contribuirebbe a migliorare la salute degli italiani scoraggiando il consumo di alimenti dannosi. Altri paesi europei lo hanno già fatto: la Danimarca, ad esempio, con un’imposta di 2,15 euro al chilo sul cibo spazzatura, e la Francia, dove dal 1° gennaio è in vigore la «taxe soda» che preleva 2 centesimi di euro su ogni lattina di bevanda «spazzatura», con un previsto introito per lo Stato francese di circa 280 milioni di euro all’anno. Non è escluso che si possa andare verso una direttiva europea dal momento che, in base ai dati forniti di recente dalla Commissione europea, il 7% dei costi sanitari dell’Ue si devono a malattie collegate all’obesità che in Italia gravano sulle spese socio-sanitarie per circa 23 miliardi di euro all’anno.

Un sondaggio online della Coldiretti rivela che l’81% degli italiani sono favorevoli all’introduzione della tassa sul «cibo spazzatura». Chissà se saranno altrettanto disponibili quando prima o poi verranno sollecitati – sempre in nome del bene individuale e collettivo – a introdurre nella loro dieta quotidiana gli insetti, in sostituzione della carne di manzo, maiale e altri mammiferi. La Commissione Europea, infatti, nel 2011 non solo ha deciso di contribuire a una ricerca della UK Food Standard Agency, l’agenzia britannica per la sicurezza alimentare, sulle proprietà nutritive degli insetti, ma ha istituito un cospicuo premio di ben 4,32 milioni di dollari (3,3 milioni di euro, in lire italiane quasi 6,4 miliardi) da assegnare all’equipe di ricercatori che presenterà l’idea migliore per convincere la gente a nutrirsi di insetti (e vermi e ragni).

In piena crisi economica fa un certo effetto sapere che chi ci governa ritiene opportuno spendere milioni di euro per convincerci a mangiare insetti, senza contare le spese correnti di corsi e docenti universitari e convegni dedicati a studiarne e a illustrarne le proprietà nutritive. Ci si dedica tra gli altri Marcel Dicke, professore di Entomologia presso l’Università di Wageningen in Olanda, secondo cui la carne degli insetti garantisce il necessario apporto, oltre che di proteine, anche di vitamine, calcio, ferro e altri indispensabili principi nutritivi e ha il vantaggio di contenere meno grassi rispetto alle carni normalmente utilizzate. Convegni, tavole rotonde e pubblicazioni confermano che si tratta un’alimentazione più sana di quella tradizionale e anche più economica perché richiede un minor dispendio di energie: l’alimentazione a base di carne di mammiferi sta diventando assolutamente insostenibile, con 10 chilogrammi di mangime – spiegava il professor Dicke al Festival della scienza 2011 svoltosi a Genova lo scorso autunno – si producono al massimo tre chilogrammi di carne di maiale e solo un chilogrammo di carne di manzo, ma ben nove chilogrammi di locuste.

Siccome i costi non finiscono qui – anche la Fao, ad esempio, da anni spende fondi per programmare il passaggio alle proteine derivate dagli insetti – alcune domande diventano pertinenti insieme al chiarimento di alcuni dubbi: la questione va presa sul serio. Innanzi tutto, se davvero dovremo cibarci di insetti e affini, come ce li procureremo? Li alleveremo oppure li cattureremo? Se si punterà sulla cattura di insetti selvatici, non c’è il rischio di alterare gli ecosistemi modificando la quantità di insetti e vermi che, come è noto, svolgono funzioni essenziali nei cicli riproduttivi di innumerevoli specie vegetali e nell’alimentazione di diverse specie animali? E se alcune specie di insetti saranno utilizzate più di altre, non c’è il rischio di una crescita sproporzionata e insostenibile delle specie meno cacciate, avvantaggiate dalla riduzione degli insetti concorrenti? L’altro punto interrogativo riguarda l’effettiva superiorità degli insetti in termini nutrizionali.

Se è vero, come mai l’umanità ha inspiegabilmente escluso una dieta tanto sana ed economica in favore di altri cibi meno convenienti e utili, perseverando nell’errore per millenni? Una constatazione, per concludere. Ci sono popolazioni che si cibano di alcune specie di insetti: ad esempio, quando le termiti sciamano, in Africa si fa festa. Ma nessuna popolazione si procura le proteine necessarie soltanto catturando insetti. Le economie più semplici e antiche, quelle di caccia e raccolta, tentano di garantire la sopravvivenza quotidiana con la raccolta di bacche, semi, frutti e piccoli animali, inclusi gli insetti. Ma chi le pratica si sottopone a fatiche e rischi enormi pur di riuscire a procurarsi almeno di tanto in tanto della carne di mammiferi cacciando.




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Commenti (1)
1. 19-01-2012 14:05
Hai perfettamente ragione nel dire che la questione vada presa con serietà e a differenza di altri non hai anteposto un infantile disgusto ad una serietà direi giornalistica. 
Personalmente seguo la questione da diversi mesi e sono in contatto con le maggiori personalità del settore, tranne purtroppo la FAO e la Waningen University. 
Posso dire che storicamente l'ipotesi è che la cattura di insetti è stata soppiantata dalla facilità con cui gli uomini in gruppo riuscivano ad abbattere animali di varia pezzatura, raccogliendo risorse per tutto il nucleo. In molte popolazioni con la caccia come forma di sostentamento la raccolta di insetti è ancora attiva, e lo è ancora in tutte le popolazioni che ne consumano. Il "sago grub" è una larva che cresce nelle piante di palma, che poi diventa il rodilegno famoso con striscia, beh, loro abbattono palme per allevarli nei boschi e ne piantano di nuove per sostenersi. Dietro a questi studi è dietro la FAO, dietro la sostenibilità boschiva.
Scritto da Mynamesrive

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