Quanto accaduto venerdì 13 gennaio a largo dell'Isola del Giglio lascia poco spazio all'immaginazione o all'ermeneutica: il comandante Francesco Schettino si è reso responsabile di una serie di errori ingiustificabili che vanno ben oltre la «semplice» colpa professionale, ai quali ha per di più fatto seguito un comportamento inqualificabile sia sul piano etico della responsabilità che su quello, più semplicemente, umano.
Gli elementi probatori finora divulgati hanno un peso ed una densità schiaccianti, indipendentemente dalla legittima e doverosa valutazione che ne farà la magistratura. Al di là delle motivazioni personali, ancora non conosciute, fu di Schettino la decisione di avvicinarsi pericolosamente alle coste dell'isola grossetana, così come sua è stata la decisione di abbandonare la nave ben prima che le operazioni di evacuazione fossero state completate. Ancora da chiarire restano gli eventi immediatamente successivi all'impatto con lo scoglio affiorante, in particolare per quanto riguarda le procedure di emergenza: le paratie sono state tempestivamente chiuse? L'allarme è stato dato secondo le modalità previste dal regolamento? La centrale rischi della nave ha funzionato correttamente? Il repentino disfacimento della catena di comando ha compromesso ulteriormente la sicurezza dei passeggeri, abbandonando il personale di bordo a se stesso?
Non possiamo avere la certezza assoluta che in caso di maggior solidità morale ed emotiva del comandante tante vite avrebbero potuto essere salvate, ma il dubbio fortissimo permane, e, tale dubbio, forse, accompagnerà Schettino per il resto dei suoi giorni, poiché egli in prima persona avrebbe in ogni caso dovuto mettere a repentaglio la propria vita non solo in rispondenza all'elementare etica della responsabilità ed alle consuetudinarie leggi del Mare, ma, più semplicemente, dal punto di vista umano e cristiano egli aveva il dovere assoluto e non sconfessabile di aiutare, sostenere, guidare le migliaia di persone la cui incolumità gli era stata affidata. Schettino pertanto non ha tradito solo i comandamenti basilari di una nobile professione sostanziati da una millenaria tradizione, né solo l'elementare senso del dovere che è (dovrebbe essere, almeno) comunque indipendente dal proprio ruolo professionale, ma egli ha abbandonato chi era inerme, incapace di difendersi autonomamente, chi versava in una condizione di estrema necessità e solo ed unicamente ad un soggetto poteva guardare e su questo fare affidamento: il comandante, appunto, che su una nave è quanto di più simile ad un dio laico possa esistere.
Questo detto, mentre speriamo con tutto il cuore che le operazioni di soccorso ci regalino altri superstiti, sappiamo che la giustizia farà il suo corso e auspichiamo che, con serenità e severità, commini pene adeguate ai respnsabili. Ma oltre agli elementi oggettivi cui abbiamo accennato e che pochi dubbi lasciano sulla condotta effettiva di Schettino, non si possono ignorare gli strascichi penosi che la tragedia si sta, già ora, portando dietro e che contribuiscono a delineare uno spaccato del Paese come minimo poco decoroso.
In primo luogo la «sindrome di Avetrana» ha già travolto il naufragio del Giglio, con annesso stuolo di «esperti» di ordinanza che rilasciano «pareri tecnici» atti esclusivamente a vellicare i bassi istinti del pubblico televisivo. L'aria che tira nei social network, già per loro stessa natura oberati dal rumore di fondo, è diventata irrespirabile, tale è il numero dei novelli Robespierre che richiede l'introduzione di leggi speciali «ad Schettinum». Quanti provano a riflettere con obiettività sulla tragedia vengono tacciati di benaltrismo, di indegnità morale, di ipocrisia. Due su tutti, per citare i più famosi: Fabrizio Rondolino e Maria Giovanna Maglie. Ora, se possiamo perfettamente comprendere il dolore, l'indignazione (in questo specifico caso, sia chiaro), la reazione all'oltraggio inumano perpetrato da Francesco Schettino, questo non può in alcun modo lasciare spazio alla barbarie, all'inciviltà giuridica, alla smania di forche che da vent'anni a questa parte riemerge con drammatica ciclicità nel nostro paese. In questo ben poco lusinghiero mosaico la farsa prende il sopravvento sulla tragedia, nel quale c'è chi ha sostenuto che i tratti fisici di Schettino sono chiaramente «lombrosiani» e il TG3 lo accosta, per via dello smoking al comandante di «Love Boat», manca un tassello: quello dell'eroe per caso che, pur non potendo ricostituire lo status quo a naufragio avvenuto, grazie al proprio piglio sicuro e giustamente autoritario marca la differenza, genera una antitesi in qualche misura salvifica tra il vigliacco e il guerriero, cerca di rigenerare quel senso di sicurezza istituzionale compromesso gravemente dal fallimento umano e professionale di Schettino: stiamo parlando di Gregorio de Falco e, soprattutto, della sua telefonata registrata avvenuta un'ora dopo il naufragio che risulta in testa alle classifiche come link più condiviso in Italia.
Su Facebook è nato il gruppo «Io sono de Falco», e già sono in vendita le magliette che inneggiano al comandante di capitaneria (prodigi del marketing...), e così il cerchio sembra apparentemente chiudersi: c'è il cattivo, c'è «l'eroe», c'è la folla che vuole impiccare il primo e identificarsi col secondo. Spiace, ma al riguardo diamo ragione piena alla moglie di de Falco, la quale ha asserito che suo marito non è un eroe ma un ufficiale che ha semplicemente svolto, per quanto gli era possibile, il proprio dovere e a Massimo Gramellini che così scrive sulla Stampa: «Non voglio togliere meriti al valido ufficiale della Capitaneria, ma contesto l’abuso del termine «eroe», che in un’epoca che ha smarrito il significato delle parole viene appuntata sul petto di chiunque fa semplicemente il proprio dovere: rifiutando una mazzetta se è un funzionario pubblico, denunciando un giro di scommesse se è un calciatore, assumendosi le proprie responsabilità se esercita un ruolo di responsabilità.(...) Non escludo che l’ottimo De Falco sarebbe stato un eroe: il destino non gli ha consentito di mettersi alla prova. Dubito che lo sarei stato io e tanti altri che disputano sulla viltà di Schettino. Per me nella storiaccia del Giglio esistono persone inadeguate e altre adeguate, ma un unico vero eroe. Il commissario di bordo che con la gamba spezzata ha continuato a salvare vite.
Nel nostro Paese la smania di sostituzione e identificazione non conosce pudore o confini. Ricordo ancora quando morì Madre Teresa nel 1997 il gran numero di starlet televisive e di semplici comparse a talk show, grate ad aeternum per l'ospitata, che ripetevano come un mantra di sentirsi pure loro «piccole matite nella mano di Dio», come aveva detto la grande Beata. Soggetti che, vista la loro pubblica condotta (comunque legittima), poco o punto avrebbero mai avuto a che spartire con la amatissima suora. Eppure è così che funziona: messi di fronte all'umana bassezza, si innesca in automatico nel nostro io il processo di sostituzione, quasi che fossimo alla ricerca costante di una forma di autoassoluzione, di rassicurazione o, purtroppo, la voglia inestinta e inestinguibile per taluni di promuovere un «auto da fé», il pubblico supplizio che, per quanto cruento e fastoso, non restituirà mai la vita ai defunti.
Al di là di questo, non possiamo che dare ragione nuovamente a Giovannino Guareschi quando in «Don Camillo e Don Chìchì» protestava contro «i fabbricanti di parole che risolvono tutto con chiacchiere e con trasmissioni televisive che trasformano i cataclismi in spettacoli di varietà per divertire i budelloni spaparanzati nelle loro poltrone e nel loro egoismo»...
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