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Numero 523
del 21/05/2013
Scalfaro fu un "Presidente di garanzia" solo a parole PDF Stampa E-mail
! di F.N.
@ragionpolitica.it
  
lunedì 30 gennaio 2012
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Si è spento sabato notte all'età di 93 anni, Oscar Luigi Scalfaro, nono Presidente della Repubblica Italiana. Nato nel 1918 a Novara da famiglia calabrese, fu il più giovane membro eletto in assemblea costituente nel 1946. Democristiano di lungo corso, fondò una sua corrente di «destra Dc» della quale fecero parte, tra gli altri, gli onorevoli Pella e Lucifredi. Corrente minoritaria, certamente, ma comunque significativa nel suo porsi in antagonismo rispetto al centro-sinistra Dc di Amintore Fanfani e, soprattutto, della volontà di apertura a sinistra manifestata da quest'ultimo. Pur non emergendo mai come leader di spicco, fu una «seconda fila» di tutto rispetto, arrivando a rivestire il ruolo di Ministro degli Interni sia nel primo che nel secondo Governo Craxi.  

La sua elezione a Presidente della Repubblica nel 1992 resta uno degli eventi più inconsueti e problematici della nostra storia repubblicana: un evento che cambiò radicalmente faccia al nostro Paese e al quale fecero seguito scollature, attriti, fratture che da allora, a distanza di vent'anni, non si sono più sanate. Questi i prodromi dell'elezione che segnò, di fatto, la fine della Prima Repubblica ed il passaggio alla «Seconda repubblica»: in quel lontano 1992 Francesco Cossiga stava per terminare il suo mandato. Erano i mesi in cui il «Presidente Notaio» aveva ceduto il passo al «Presidente Picconatore»: Giulio Andreotti, al quale per completare il proprio cursus honorum mancava solo la Presidenza della Repubblica, diede in pasto ai media la «polpetta avvelenata» dell'affaire Gladio, al solo scopo di costringere Cossiga alle dimissioni anticipate e di fare eleggere così il nuovo Presidente dalla Camere prima delle elezioni politiche. Camere nelle quali la maggioranza andreottiana era consolidata e pronta a rispondere alla chiamata. Cossiga non cedette: il Presidente scelto per la sua mitezza e per il suo equilibrio divenne uomo dal coraggio leonino e rispedì al mittente con puntigliosa e metodica efficacia tutte le pallottole a lui indirizzate. Per l'ennesima volta la scalata di Andreotti al Quirinale andò in fumo: si pose il problema della successione. Fu designato Arnaldo Forlani, il quale però, grazie alla consolidata strategia del logoramento andreottiana (la quale consisteva nel far mancare, ad ogni scrutinio, un numero sempre crescente di voti), venne bruciato.

A fronte dell'empasse che si era verificato, c'era un uomo solo che poteva aggirare politicamente il diktat andreottiano (in base al quale nessun democristiano che non fosse Andreotti medesimo sarebbe divenuto Presidente) e coagulare il consenso necessario per farsi eleggere al Quirinale: Bettino Craxi. La sua elezione a Presidente della Repubblica era quasi cosa fatta, quando accadde l'imponderabile: il 23 Maggio 1992 il giudice Giovanni Falcone venne barbaramente ucciso insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti di scorta. La strage di Capaci. Il Paese, e con esso tutto l'arco politico, impazzì inorridito: le modalità, la portata e le implicazioni di quel vile attentato spezzavano brutalmente gli equilibri politici costituiti e ridefinivano ex nihilo la potenza effettiva della mafia.

Quel percorso politico che prevedeva l'elezione di Bettino Craxi a Presidente della Repubblica e che avrebbe completamente cambiato la storia politica del nostro Paese negli anni a venire, si interruppe, fu congelato e posto su un binario morto. Fu nel pieno di questo maelstrom che la politica, vittima di una inconcludenza totale e di una paura folle generate dall'orribile attentato, si lasciò sedurre dall'outsider per eccellenza: Giacinto Pannella detto Marco, leader del Partito Radicale, il quale con quella sua caratteristica capacità intuitiva, brillante se pur maligna, individuò in quel «democristiano di ferro», in quel cattolico tetragono di Oscar Luigi Scalfaro l'ideale Presidente «di garanzia».

Sembra paradossale che un radical-libertario ateo come Pannella promuovesse l'elezione di un tale antagonista ideologico, ma in verità c'era un precedente nella storia personale del futuro presidente che lo rendeva assolutamente potabile per i Radicali. Nella notte del Primo agosto del 1985 muore in circostanze sospette, in una stanza degli uffici della squadra mobile di Palermo, Salvatore Marino, pescatore di ricci venticinquenne, promessa calcistica del Pro Bagheria, squadra di Serie D. Marino varcò spontaneamente la porta della procura di Palermo, accompagnato dal suo avvocato, il 30 Luglio 1985, ricercato in relazione all’omicidio di Beppe Montana, funzionario della squadra mobile di Palermo, detto «Serpico». Montana fu attinto al volto da diversi colpi di pistola sparati da due sicari, col viso scoperto, a Porticello, ove si trovava in compagnia di alcuni amici e della fidanzata in data 28 Luglio. Il reperimento di cospicue somme di denaro di provenienza ingiustificata nell’abitazione di Marino da parte dei colleghi di Montana contribuì ad accreditare l’ipotesi di un suo possibile coinvolgimento come fiancheggiatore nel contesto dell’omicidio di «Serpico». In quella notte Marino fu prelevato per essere interrogato dai poliziotti della Mobile per essere interrogato. Da quell’ufficio Marino uscì cadavere. Scoppiò uno scandalo senza precedenti.

In quel 1985 caratterizzato da una efferata sequela di omicidi di stampo mafioso (dopo Montana verrà ucciso il suo amico e collega Ninni Cassarà) era Ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, il quale si distinse per la solerzia e la durezza con cui perseguì, indipendentemente dal grado e dall’autorevolezza, dirigenti ed agenti sospettati di essere coinvolti nell’omicidio di Salvatore Marino. La sua inflessibilità e il senso dello Stato che manifestò in quell’occasione gli fecero guadagnare gli sputi (non metaforici) di gran parte delle forze dell’ordine sicule e lo accreditarono come garante di una legalità senza compromessi. Un'Italia dilacerata, indignata ed intimorita dallo scempio di Capaci salutò entusiasticamente l'elezione di un Presidente garante della legalità e molto poco chiacchierato per il basso profilo che aveva sempre mantenuto fino ad allora.

Furono tuttavia sufficienti pochi mesi perché il quadro mutasse completamente, delineando un Capo dello Stato incline ad interpretare in maniera decisamente libera e creativa il proprio ruolo: un'attitudine che non trovava riscontro in nessuno degli uomini che lo avevano preceduto ma che costituirà un precedente ormai consolidato, visto che i suoi successori adotteranno, estendendolo ulteriormente, tale approccio assorbente nei confronti delle altre istituzioni repubblicane.

Il «Presidente di garanzia», infatti, avvalendosi della sua notevole «moral suasion» ebbe un ruolo determinante nella abrogazione dell'immunità parlamentare prevista dall'articolo 68 della Costituzione. Non fece mai mistero dell'insofferenza e della scarsa propensione verso il primo governo Berlusconi, generando coi suoi ripetuti rifiuti ad emanare le leggi da questo proposte una estenuante navette tra Camere, Quirinale e Corte Costituzionale fino a rivestire il ruolo di eminenza grigia, ovvero di promotore del Governo Dini spingendo la Lega Nord a fare il ribaltone. 

Fu Scalfaro, poi, a lapidificare e a sostanziare quel principio suicida in base al quale il segretario di un partito colpito da avviso di garanzia doveva immediatamente dimettersi: la storia dell'ultimo segretario della Dc, Silvio Lega, ne è esempio lampante. All'interno di un Parlamento reso magmatico e mucillaginoso dalla tempesta giudiziaria di «mani pulite», le teste e gli incarichi cadevano con ritmo diuturno: interi direttivi di partito venivano polverizzati nel volgere di pochi giorni o di poche settimane. A poche ore dalla nomina a Segretario nazionale della Democrazia Cristiana Silvio Lega fu raggiunto da tempestivo avviso di garanzia e, in base al nuovo codice etico scalfariano, costretto alle dimissioni. A detto avviso di garanzia non fu dato alcun seguito penalmente rilevante, ma Lega fu bruciato in corsa e sostituito dal «crisantemo»: Mino Martinazzoli, ovvero il necroforo della Dc, colui che sigillò definitivamente nella cripta della storia la «balena bianca», trasformandola in quella effimera e vuota congerié che assunse il nome di Ppi. Ma cosa ci fu all'origine di questo cambiamento?

Perché il «Presidente di garanzia» si trasformò in protagonista attivo della politica, dismettendo il suo ruolo di semplice rappresentanza e determinando fattivamente gli indirizzi di certa classe politica, stirando ai limiti della rottura le proprie prerogative costituzionali? Ebbene, ancora oggi non siamo in grado di fornire una risposta precisa. Possiamo qui solo riportare la cronologia di taluni eventi che, pur non fornendo una risposta definitiva, indicano come la questione sia ancora aperta e il giudizio storico/politico sulla figura di Scalfaro sia ancora sospeso e problematico. Con una tempestività come minimo sospetta, infatti, nel 1993 saltò fuori la questione dei fondi neri del Sisde: 100 milioni di lire al mese che il servizio avrebbe versato, da sempre, ai Ministri dell'Interno, stando alle dichiarazioni di Riccardo Malpica, ex direttore del servizio. La cosa non dovrebbe stupire: per la sua stessa funzione il Ministro degli Interni ha sempre avuto la disponibilità di fondi fuori bilancio necessari per l'espletamento di «operazioni coperte» a tutela della sicurezza nazionale del Paese. Dobbiamo, però, ricordare che quanto poteva risultare perfettamente legittimo e normale per tutto il corso degli anni '80 nel 1992/93 diventa, inevitabilmente, fonte di sospetto e di illazioni più o meno campate per aria: l'accelerazione imposta da «mani pulite» è centripeta ed assorbente, e lancia segnali inequivocabili a tutta la classe politica.

Scalfaro rompe gli indugi e con il famoso discorso «Io non ci sto» del 3 novembre 1993 non solo dichiara di non avere mai percepito fondi neri quando rivestì l'incarico di Ministro dell'Interno, ma denuncia i suoi accusatori come attentatori alle istituzioni democratiche. Forse si trattò di un intervento doveroso, forse no, ma è lecito pensare che, se pur in minima parte, anche la paura di essere coinvolto in uno scandalo giudiziario contribuì alla decisione di Scalfaro di lanciare quel messaggio alla Nazione. Fatto sta che da quel momento l'impressione che il Quirinale sia, in termini «soft power» ovviamente, sottoposto al «rating» quasi quotidiano della magistratura, da pura fantascienza diviene ipotesi non del tutto peregrina. A questo devono aggiungersi le dimissioni, nell'agosto del 1994, di Vincenzo Parisi da Capo della Polizia. Ex funzionario di alto livello del Sisde ai tempi dl secondo governo Craxi, Parisi fu amico e strettissimo collaboratore di Scalfaro. E in quanto Capo della Polizia egli era perfettamente al corrente di tutti gli «scheletri» negli armadi della politica (e non solo...) italiana. Ergo nessuno avrebbe potuto impunemente, soprattutto a fronte di ipotesi di reato come minimo temerarie se non addirittura fantasiose, levare la mano contro Scalfaro. Il cambio di vertice e la successiva morte di Parisi, a soli quattro mesi di distanza, privano il Presidente del suo più valido alfiere, in un' Italia dilacerata dalla guerra civile giudiziaria ove prima vittima del new deal etico/morale rischia di diventare proprio uno dei suoi più accesi fautori...




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