L'Amministrazione statunitense guidata da Barack Obama ha molti nemici. Cioè in tre anni di mandato presidenziale si è fatta moltissimi nemici. Fra questi, e al primo posto, vi è la Chiesa Cattolica che è negli Stati Uniti. Lo dimostra bene l'ultimo, grave incidente. Il 20 gennaio il segretario del Department of Health and Human Services, Kathleen Sebelius, vale a dire il ministro americano della Salute, ha confermato la volontà di prevedere solo poche eccezioni al rispetto del Patient Protection and Affordable Care Act. Che cos'è?
Semplice, e al contempo drammatico. Si tratta della famosa legge di riforma del sistema sanitario - detto «Obamacare» - in base alla quale l'assicurazione sanitaria per i dipendenti di qualsiasi organizzazione deve prevedere alcuni servizi minimi obbligatori. Fra questi anche quelli abortivi. Le linee guida emanate dalla Sebelius che dettano ora il modo di applicazione pratica della legge stabiliscono infatti che solo in un numero assai ristretto di casi una determinata organizzazione, anche gestita privatamente da un ente religioso, può essere esentata dal prevedere per i propri dipendenti tali servizi sanitari. L'accesso alle pratiche abortive diviene insomma più facile, previsto dall'assicurazione sanitaria e persino pagato dalle tasche di chi all'aborto oppone insuperabili clausole morali. La coscienza dei cittadini americani, insomma, deve piegarsi, obbedire allo Stato, conformarsi ad una ideologia avversaria. Che fine fa così, però, la libertà? Che ne è del «Paese dei liberi»? Oltre all'aborto, del resto, la nuova legge e le sue relative linee guida non rendono possibile estromettere da detti servizi assicurativi persino interventi chirurgici volti alla sterilizzazione e la prescrizione di tutti i contraccettivi presenti negli elenchi del Food and Drug Administration, tra cui pure le pillole abortive «del giorno dopo».
Il ministro Sebelius ha stabilito graniticamente una deadline: gli enti religiosi sono obbligati a mettere in regola i propri dipendenti entro il 1° agosto 2013; tutti gli altri debbono farlo ancora prima, cioè entro il 1° agosto 2012. Questa concessione di un semplice anno in più agli enti religiosi viene - ha detto la Sebelius - in seguito alle «preoccupazioni [....] espresse circa la libertà religiosa». Ha ragione da vendere.
La Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti ha infatti reagito immediatamente al provvedimento. Anzi, il suo presidente, il cardinale Thimothy D. Dolan, arcivescovo di New York, ha pure registrato un video di grande impattato e di nessun mezzo termine per denunciare una situazione al limite della minaccia totalitaria. «Si tratta di un attacco tanto alla possibilità di accedere alla cure sanitarie quanto alla libertà religiosa», dice mons. Dolan: e «storicamente questo rappresenta una sfida alla libertà religiosa».
Una volta in più, il capo dei vescovi cattolici statunitensi mostra di conoscere le istituzioni del proprio Paese meglio del presidente Obama, e anzitutto di difenderle meglio: «Mai fino a ora il governo federale», aggiunge l'arcivescovo di New York, «aveva costretto le persone e le organizzazioni a servirsi di prodotti che violano le loro coscienze e questo non dovrebbe accadere in un Paese dove la libertà religiosa è al primo posto nel Bill of Rights. Per questo fate sì che i leader eletti sappiano che volete che la libertà religiosa e quella di coscienza vengano ripristinate».
Sono passati solo pochi giorni, e uno dopo l'altro i vescovi americani hanno seguito il capo. Dapprima sono scesi nell'arena due presuli del North Carolina, mons. Charlotte Bishop Peter Jugis, vescovo di Charlotte, e mons. Michael Burbidge, vescovo di Raleigh, che domandano ai fedeli l'intervento immediato, facendo pressioni subito sulle istituzioni. Quindi è toccato a mons. David Zubik, vescovo di Pittsburgh, in Pennsylvania, per il quale l'iniziativa dell'Amministrazione Obama è solo un «alla malora» gridato in faccia ai cattolici.
Per l'ennesima volta, insomma, la Chiesa Cattolica americana si schiera recisamente contro Obama, uno dei peggiori presidenti di tutta la storia statunitense. Dopo che mons. Dolna aveva preso di petto il presidente federale scrivendogli una lettera sulla questione dei «matrimoni» gay in cui chiedeva alla Casa Bianca di fermare ogni e qualsiasi azione politica in tale senso; dopo che addirittura il capo dei vescovi americani aveva deciso l'istituzione di una commissione ad hoc per la sorvegliare il rispetto fattuale della libertà religiosa negli Stati Uniti; dopo un significativo discorso indirizzato da Papa Benedetto XVI ai vescovi cattolici statunitensi su ciò che i cattolici americani debbono sempre tenere presente anche e soprattutto in occasione di elezioni politiche; e dopo che pure i leader e i capi di numerose Chiese non cattoliche statunitensi sono scese in campo in modo analogo; dopo tutto questo, insomma, è certo che Obama non può, anzi non deve poter contare sul voto dei cattolici. Farlo sarebbe un grave peccato. Del resto ora sta ai Repubblicani che lo sfidano approfittarne, dimostrando di avere le carte molto, ma molto più in regola di lui.
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