Con 264 voti favorevoli e 211 contrari è passato ieri alla Camera l'emendamento proposto dall'Onorevole Gianluca Pini, Lega Nord, il quale stabilisce che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia», possa rivalersi facendo causa sia allo Stato che al magistrato per ottenere un risarcimento.
Tale emendamento introduce due novità importanti rispetto alla legge Vassalli del 1987, emanata in seguito alla vittoria del «si» al Referendum sulla responsabilità civile dei magistrati: la responsabilità è genericamente estesa alla «manifesta violazione del diritto» e il cittadino può citare in giudizio direttamente il magistrato e non solo lo Stato.
Le reazioni non si sono fatte attendere: Antonio di Pietro ha inveito contro i «franchi tiratori» che, trasversalmente, hanno contribuito alla prima approvazione dell'emendamento, l'Anm, attraverso il suo Segretario Nazionale Giuseppe Cascini ha minacciato «reazioni estreme» (sciopero generale?), e il Governo non ha nascosto, per bocca dei Ministri Moavero e Severino, il proprio «parere negativo», eufemismo per dire che un tale «colpo basso» Monti proprio non se lo aspettava.
Il Ministro Guardasigilli Severino, alla quale ha fatto immediatamente eco Pierferdinando Casini, ha già auspicato che in fase di seconda votazione al Senato l'emendamento «sia modificato», ovvero divenga lettera morta e ricongeli, magari per altri vent'anni, il risultato referendario del 1986 rassicurando così l'Anm.
Lo scenario che si è creato pone questioni politiche complesse e ramificate, meritevoli di attenta riflessione.
In primo luogo non si può non rilevare una inspiegabile disparità di «trattamento istituzionale» tra i referenda in virtù del loro oggetto specifico: se il referendum che abrogò il finanziamento pubblico ai partiti viene infatti sempre e comunque citato da taluni corpi politici (Idv, Margherita oggi Terzo Polo, Pd) come esempio deteriore di mala politica a causa dello stravolgimento del risultato che trasformò il «finanziamento pubblico» in «rimborso elettorale», non si comprende perché, sulla base dei medesimi presupposti, si sia congelato prima e lo svuotato dopo, senza batere ciglio, il ben più importante ed incisivo, nella vita dei comuni cittadini, referendum sulla responsabilità civile dei magistrati.
In secondo luogo l'emendamento risponde, oltre che ad una esigenza impellente ed improrogabile di ricostruzione dello Stato di diritto, ad una esigenza di ottimizzazione delle risorse pubbliche: in dieci anni lo Stato ha dovuto pagare quasi 500 milioni di euro per risarcimenti conseguenti a errori giudiziari. Circa 46 milioni di Euro nel solo 2011.
Al danno economico effettivo, del quale risponde solo lo Stato e non direttamente il magistrato sul quale, al limite, lo Stato può esercitare diritto di rivalsa, si somma l'ancora più grave ed intollerabile danno morale: reputazioni distrutte, suicidi, morte civile e/o politica per gli inquisiti risultati poi innocenti, magari a distanza di anni.
Ad oggi, infatti, non esiste nessun argine che possa efficacemente contenere la temerarietà di taluni giudici nell'esperimento dell'azione penale.
In terzo luogo non è pensabile che in un Paese civile e, soprattutto, alfiere storico della civiltà giuridica quale è l'Italia il comportamento scorretto dei magistrati sia sottoposto esclusivamente alla giurisdizione domestica, ovvero al giudizio «inter pares» in base al quale i duchi giudicano i duchi, i baroni giudicano i baroni e così via.
La frequenza trascurabilissima con qui il Csm eroga sanzioni disciplinari sta a dimostrare l'inadeguatezza del sistema, nel quale il magistrato ha, sostanzialmente, le mani libere e non risponde di fatto a nessuno dell'esercizio eventualmente arbitrario delle proprie prerogative. L'obiezione che convenzionalmente i giustizialisti della prima ora muovono a tale riguardo è che il Csm sia composto anche da membri «laici», cioè non togati di nomina politica. Tali membri dovrebbero garantire serenità di giudizio, assenza di autoreferenzialità e congrua limitazione dell'autonomia di tale organo tanto da evitare che quest'ultima sfoci in mero arbitrio. La vicenda del Consigliere Matteo Brigandì, però, espulso poiché pericolosamente non allineato all'omologazione ed allo schiacciamento imposto dalla componente togata del Csm, sta a dimostrare la frivolezza di tale obiezione. Senza dimenticare il caso emblematico dell'ex Ministro di Giustizia Filippo Mancuso, per il quale venne inventato, forzando ai limiti della dilacerazione il dettato costituzionale, l'istituto «creativo» della sfiducia individuale a seguito della sua decisione di inviare, nel pieno rispetto delle proprie prerogative, gli ispettori del Ministero presso la procura di Milano.
Un insieme di fattori oggettivi, quindi, che delinea un quadro di inadeguatezza ed inidoneità dell'attuale sistema di guarentigie a tutela del cittadino, poiché assolutamente sbilanciato, per non dire completamente appiattito, sulla difesa tetragona del magistrato.
A queste considerazioni di carattere eminentemente giuridico dobbiamo sommare quelle di carattere più propriamente politico, ovvero gli elementi che destano maggior preoccupazione da parte dell'Esecutivo e, guarda caso, da parte della stampa «terzista» (Corriere) e «quartista» (La Stampa): il rinsaldarsi dell'asse Pdl-Lega Nord.
Al di là del differente approccio parlamentare, in base al quale la Lega sta all'opposizione mentre il Pdl appoggia l'Esecutivo Monti, quanto accaduto ieri (e prima ancora in occasione delle nomine al direttivo Rai) dimostra che una convergenza netta e piena su questioni inerenti a principi non negoziabili, quali la tutela dello stato di diritto, è assolutamente possibile e praticabile.
Questo implica che l'appoggio all'attuale governo è ragionevolmente condizionato al fine di adempiere ad obbligazioni di risultato specifiche, ovvero alla risistemazione del bilancio pubblico e il rispetto dei parametri Ue, ma ciò non implica assolutamente che l'Esecutivo tecnico abbia carta bianca e che, di conseguenza, venga meno la fattiva e propositiva funzione politica, di vigilanza e non solo, del Pdl nel particolare e del centro-destra in generale.
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