Minacce, sanzioni, manovre navali e battaglia psicologica. Il copione che propone lo scenario del Medio Oriente e detta le battute di Iran, Israele e Stati Uniti si rinnova.
I laboratori iraniani per l’arricchimento dell’uranio e il transito del petrolio attraverso lo stretto di Hormuz sono ancora una volta le caselle su cui si gioca la guerra fredda tra Iran e la coppia Usa-Israele.
Secondo fonti dell’intelligence israeliana, citate dalla Associated Press, la Repubblica Islamica potrebbe realizzare entro l’anno quattro ordigni atomici, disponendo di uranio arricchito al 20%. Più vicino quindi quello che Israele considera il punto di non ritorno, ovvero l’avvio del concreto assemblaggio di ordigni atomici. Al timore occidentale che l’arricchimento dell’uranio sia utilizzato a fini bellici replica la consueta risposta dell’Iran, che insiste che il carburante nucleare serva solo alla produzione di energia e alla ricerca medica.
Il fatto che gli osservatori dell’Onu non abbiano ancora avuto accesso a tutti gli stabilimenti e non dispongano di informazioni chiare non depone a favore della tesi della Repubblica Islamica.
A dare il là alla battaglia mediatica è stato in settimana il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, aprendo all’opzione militare in caso che le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano, richieste dallo stesso Israele, non producano effetti.
La ragione di questa apertura è semplice: sempre secondo le fonti israeliane, come ha confermato lo stesso Vice Premier Moshe Yaalon, le principali installazioni iraniane sono ancora vulnerabili ad un attacco aereo, che potrebbe essere programmato addirittura in primavera.
Alla minaccia israeliana ha risposto Teheran, in coincidenza con le celebrazioni del 33esimo anniversario della Rivoluzione islamica.
L’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, durante il sermone del venerdì ha confermato l’intenzione di non interrompere il programma nucleare, simbolo dell’orgoglio tecnico-scientifico e dell’identità del Paese, e ha riproposto la disgustosa immagine dello stato ebraico come «tumore da estirpare». Per liberare Gerusalemme e le terre palestinesi l’Iran ha annunciato di essere disponibile a sostenere chiunque combatta Israele: un invito, nemmeno celato, agli Hezbollah libanesi e ai palestinesi di Hamas, a riprendere in mano le armi. Un invito che arriva nelle stesse ore della notizia, diffusa da ufficiali americani, secondo cui cinque terroristi di Al Qaeda sono stati liberati dagli arresti domiciliari e gli è stata concessa la possibilità di lasciare il paese. Uomini, che erano trattenuti in Iran dal 2003, esperti in esplosivi ed in passato molto vicini a Osama bin Laden.
Khameini si è anche rivolto a Washington: una guerra, secondo l’Ayatollah danneggerebbe gli interessi americani «10 volte di più di quanto colpirebbe l’Iran», incrinando l’egemonia occidentale in Medio oriente e accrescendo quella iraniana.
Alle parole del venerdì sono seguite le azioni del sabato. La Guardia rivoluzionaria, che è direttamente sotto il controllo personale del leader supremo, ha dato il via a manovre navali nei pressi dello stretto di Hormuz, snodo fondamentale delle rotte delle petroliere che già il mese scorso aveva vissuto un momento di tensione alla presenza della portaerei americana Abraham Lincoln. Da una base statunitense in Germania, Ramstein, il Segretario americano alla Difesa, Leon Panetta, ha affermato che le sanzioni sono «the best approach to pressure Iran», il miglior strumento di pressione sull’Iran, ma ha confermato indirettamente che le opzioni militari sono sul tavolo.
Se nell’aggressività delle parole dell’Ayatollah non c’è nulla di nuovo, la sicurezza mostrata potrebbe celare le difficoltà di una Repubblica islamica che convive con l’insicurezza interna. Un’aggressività che gioca, però, sulla constatazione che gli Usa, proprio adesso che Obama incassa i risultati della forte diminuzione della disoccupazione, difficilmente opterebbero per un’azione militare. E’ lo Stato di Israele, storicamente accerchiato, a vivere con maggior apprensione gli avvenimenti. Forse anche perché la crisi globale costringe gli europei a guardare più in casa propria che ad occuparsi di ciò che accade nel resto del mondo.
Gli Usa vigilano, Israele si chiede se sia inevitabile fare la prima mossa, l’Iran alimenta la tensione, ma sembra intenzionata a giocare di sponda sfruttando la propria vicinanza a fronde terroristiche. La sensazione è che stiamo assistendo ad una guerra di posizioni già vista più volte negli ultimi anni. Se nessuno sembra realmente sul punto di attaccare non bisogna sottovalutare che il Medio Oriente è pur sempre una polveriera. Per completare lo scenario, infatti, non va dimenticato un altro fondamentale tassello, la Siria. Che da uno Stato già infuocato possa arrivare la scintilla in grado di incendiare il Medio Oriente? In questo momento non ci sono fatti che inducano a sostenerlo, ma l’allerta nel Medio Oriente è d’obbligo.
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