Un nuovo fronte di guerra si è aperto in Africa nelle scorse settimane e già migliaia di persone in fuga si aggiungono ai milioni di sfollati e profughi del continente, bisognosi di assistenza. A combattere per l’autodeterminazione sono le regioni settentrionali del Mali, popolate dai tuareg e da altre etnie – tutte accomunate dalla sprezzante definizione «pelle bianca» – che da tempo accusano di discriminazioni il governo dominato dalle etnie nere del sud.
A lanciare l’offensiva tuareg è stato uno dei gruppi antigovernativi della regione, il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, Mnla, che dal 17 gennaio ha attaccato diverse città assumendone il controllo, nonostante la massiccia presenza di militari inviati nel nord nei mesi scorsi dal capo dello stato, Amadou Toumani Touré. Il governo maliano sostiene da sempre che i movimenti dissidenti del nord sono in realtà bande criminali e ora li accusa di collaborare con l’Aqmi, Al Qaeda nel Maghreb islamico, il movimento integralista nato in Algeria e penetrato poi in altri stati africani. L’Mnla nega qualsiasi coinvolgimento con il terrorismo islamico. È certo che in questo momento deve il proprio rafforzamento militare all’afflusso di soldati e di tuareg fuggiti dalla Libia dopo l’uccisione del Colonnello Muhammar Gheddafi. Con loro, dalla Libia sono entrate in Mali molte armi sottratte all’arsenale libico: quell’arsenale del quale il quotidiano francese Le Monde ha recentemente detto che «ha fornito abbastanza armi da armare l’intero continente africano».
In tutta la regione del Sahel, in effetti, è forte il timore che armi e militari libici rafforzino bande armate, movimenti antigovernativi e gruppi terroristici e questo non è che uno dei problemi che l’Africa ha ereditato dalla guerra contro Gheddafi. Un altro è dato dall’improvviso ritorno in patria di centinaia di migliaia di africani originari dei paesi subsahariani, emigrati in Libia nei decenni trascorsi in cerca di lavoro. Le loro rimesse aiutavano i familiari rimasti in patria, nei casi più fortunati consentivano loro di avviare piccole attività o almeno di costruirsi una casa più solida e sicura: in qualsiasi modo, contribuivano al Pil nazionale. Adesso non solo sono venute meno, ma chi le inviava, tornando a casa, in gran parte è andato ad accrescere almeno temporaneamente il numero delle persone prive di risorse che vivono di espedienti e di assistenza, aggravando i problemi di ordine pubblico nei centri urbani. Per quel che riguarda il Sahel, per giunta, il rientro degli emigranti avviene proprio mentre una nuova carestia ha creato uno stato di emergenza alimentare che coinvolge milioni di persone. In Niger, ad esempio, si calcola che circa un terzo della popolazione avrà bisogno di assistenza almeno fino al prossimo raccolto. Ma c’è di più.
Il Colonnello è stato l’ideatore dell’Unione Africana, UA, nata nel 2002 come primo passo verso la realizzazione un progetto ambizioso: la creazione degli Stati Uniti d’Africa. Fino allo scoppio della guerra, Gheddafi ha provveduto al 15% del suo bilancio e vi ha contribuito per un altro 15% circa pagando i numerosi debiti degli Stati africani nei confronti dell’Unione. Nel secondo semestre del 2011 le quote dei paesi africani all’UA hanno già subito un calo di circa un terzo e si prevede che nel 2012 saranno i partner non africani a coprire il 90% dei costi dell’organismo, oltre a quelli delle operazioni di peacekeeping ad esso affidate: infatti è ipotizzabile un’ulteriore diminuzione dei contributi da parte dei governi che finora avevano contato sui doni milionari che il Colonnello elargiva attingendo ai propri fondi personali. Agli Africani mancheranno inoltre gli investimenti in infrastrutture e in opere pubbliche della Gaddafi International Foundation for Charity Associations, diretta dal secondogenito di Gheddafi, Saif al-Islam, ora detenuto in carcere in Libia. Non meraviglia quindi che dei governi africani ancora rifiutino di riconoscere il Consiglio nazionale di transizione libico e nemmeno che alla morte di Gheddafi si siano tenute commemorazioni e riunioni di preghiera in sua memoria come è successo, ad esempio, proprio in Mali.
Condividi questo articolo      
|