freccia_long
Numero 523
del 21/05/2013
La sinistra radicale beffa ancora il Pd PDF Stampa E-mail
! di F.N.
@ragionpolitica.it
  
martedì 14 febbraio 2012
463-14.jpg

La notizia non giunge del tutto inaspettata: da quasi un anno la guerra civile combattuta dalle varie correnti del Partito Democratico ligure faceva presagire esiti non rispondenti alla linea espressa della segreteria nazionale. Fatto sta che Marco Doria, candidato outsider alle primarie genovesi per Palazzo Tursi, sponsorizzato dal Sel di Nichi Vendola e da Don Gallo ha nettamente trionfato sul sindaco uscente Marta Vincenzi e, soprattutto, sulla candidata maggiormente espressione dell'apparato, ovvero Roberta Pinotti, arrivata solo terza dietro alla Vincenzi. Mentre le «erinni», come da felice definizione della candidata in quota Psi Angela Burlando, si sono vicendevolmente accapigliate non risparmiando fendenti e colpi bassi, Doria è arrivato, ha visto e ha vinto.

Un «deja vù» in piena regola per la direzione nazionale del Pd, la quale ha assistito impotente in quel di Genova al medesimo scenario che già si era verificato a Milano con Pisapia, a Napoli con De Magistris e a Cagliari con Zedda: il candidato «ufficiale» prende le nespole mentre viene premiato l'homo novus tutto «visione» «battaglie civili». Zero politica, insomma, e molta «narrazione». Doria ha conseguito da solo il 46% dei consensi, mentre la somma dei voti a favore delle due favorite arriva appena al 51%: segno evidente che anche in caso di convergenza su una sola di loro il Partito avrebbe avuto serie difficoltà a sconfiggere Doria.

La vittoria del «candidato inaspettato», oltre ad avere obbligato alle dimissioni la dirigenza cittadina e provinciale del Pd, impone diverse riflessioni. In primo luogo è curioso rilevare come il partito che più di ogni altro ha insistito sull'importanza e sul significato delle primarie come elemento fondante la propria democrazia interna sia rimasto vittima di questo meccanismo, poiché sostanzialmente incapace di gestirlo: Genova conta circa 608.000 abitanti ed è, storicamente, una delle roccaforti rosse d'Italia. Eppure a queste scalcinatissime primarie hanno partecipato appena 25.000 aventi diritto, 10.000 in meno rispetto al 2007. Segno evidente che, mentre le forze attualmente extra-parlamentari sono riuscite a coagulare un consenso non trascurabile, quello che si vende oggi come «primo partito d'Italia» non è riuscito in alcun modo a convincere i propri supporters a votare, se non compatti almeno in massa: il bacino elettorale di riferimento del Pd è rimasto a casa e tutto induce a pensare che in gran parte manterrà il medesimo contegno anche alle amministrative. Se non altro perché Doria, interrogato su un eventuale partecipazione di Vincenzi e Pinotti all'ipotetica giunta comunale, ha già risposto stizzito che ci vogliono facce nuove e che accordi pre-elettorali di tal fatta appartengono alla politica del passato. Ergo, è ovvio che le due grandi escluse, forti comunque di una significativa rete di relazioni e di un proprio bacino elettorale, remeranno contro al candidato di Sel in ogni modo possibile ed immaginabile, non facendo parte del loro Dna politico l'idea del «ritirarsi in buon ordine».

Perché, questo sia chiaro, Doria ha potuto vincere le primarie da solo e questo è un fatto, ma non è ragionevolmente ipotizzabile che riesca a conseguire il seggio di primo cittadino senza il supporto del Pd. Supporto che, se pur sia stato formalmente garantito dalla segreteria nazionale, non risulta strategia altrettanto condivisa, ad esempio, dal sindaco uscente, che sui social network non ha nascosto la propria insofferenza nei confronti del Partito e del suo segretario.

Il «caso Doria», inoltre, pone questioni non solo «interne» al Pd, ma anche «esterne», ovvero di più ampia rilevanza sul piano politico nazionale. Il ricompattamento della sinistra radicale, dopo la Caporetto del 2008 che la congedò senza troppi complimenti da Montecitorio, è oggi un dato di fatto.

Di fronte ad un Bersani che, perennemente indeciso tra socialdemocrazia e montismo, proprio non convince così come non convincono i «suoi» candidati, Nichi Vendola incamera un «successo» dopo l'altro, riuscendo a sintonizzarsi con le corde emotive di un elettorato deluso, scornato ed insofferente per la sostanziale inconcludenza di un Partito Democratico troppo autoreferenziale e chiuso a riccio nel difendere il suo ventre molle.

Che la proposta politica del Governatore pugliese sia piena di niente non è un mistero: se escludiamo gli «abbracci fraterni ai Rom», la sua personalissima visione del cristianesimo, le sue poesie nemmeno così illeggibili e il suo movimentismo improntato alle battaglie di retroguardia sui cosiddetti «diritti civili», del Vendola politico non resta pressoché nulla.

Ma questo, in fondo, all'elettorato di sinistra poco importa: Vendola vince, Bersani perde. Ed è perfettamente logico che una sinistra esacerbata dalle innumerevoli sconfitte si lasci affascinare e affabulare dall'unico soggetto che attualmente porta a casa un risultato. Un elettorato di sinistra, per altro, in massima parte ancora legato alla tradizione dirigista del Pci, memore quindi di un apparato forte, adamantino, granitico nella sua unilateralità e che, di conseguenza, ha difficoltà estreme nel raccapezzarsi e nell'orientarsi in mezzo ad una quantità infinita di correnti (pare che ce ne siano almeno 18...) con un numero ancora maggiore di capibastone in perenne conflitto tra di loro e incapaci di arrivare ad una sintesi comune. Una guerra civile permanente e senza quartiere, acuita da due elementi che inficiano ulteriormente qualunque ipotesi di «cessare il fuoco»: l'abolizione delle Province e la riduzione del numero dei parlamentari. Per un partito che da sempre si è sostanziato nell'essere apparato, quindi ramificato e «coloniale», il perdere d'amblé spazi di collocazione importanti per le prime, seconde e terze file significa disgregarsi: c'è il fuggi-fuggi generale e la corsa sfrenata ad accaparrarsi uno spazio politico residuale, a pena di uscire di scena per sempre. E a fronte della sopravvivenza a nulla valgono più i diktat di stampo berlingueriano...




Condividi questo articolo
Segnala su OK NotizieDigg!Twitter!Google!Live!Facebook!Yahoo!



Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento è necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code

 
< Prec.   Pros. >


fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, testata giornalistica Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis s.a.s. P.I./C.F. 01821410998
Direttore: Alessandro Gianmoena, Aurora Franceschelli
Scrivi alla redazione © 2003-2013 Ragionpolitica Riproduzione riservata