Oggi è molto facile perdere di vista un elemento fondamentale della nostra democrazia rappresentativa: il ruolo centrale, nel bene o nel male, dei partiti politici.
L'ondata di malcontento generalizzato nei confronti della nostra classe politica è un dato di fatto che inciderà, con tutta probabilità, in maniera significativa sull'andamento delle imminenti amministrative, tornata elettorale che ha visto proliferare liste civiche e movimenti «extra ordinem» ispirati sostanzialmente ad un vacuo, per quanto legittimo, spontaneismo.
Un malcontento senz'altro dovuto alla sfiducia generata da certuni, specifici e circoscritti comportamenti spregiudicati riguardo alla gestione dei cosiddetti «rimborsi elettorali», ma anche e soprattutto da una retorica «castista», questa sì fortemente antipolitica, la quale già da diverso tempo, ovvero da ben prima che scoppiassero i casi Lusi e Belsito, ha preso d'assalto il «Palazzo d'Inverno» per scopi che, a fronte di una analisi non superficiale, risultano oggi non del tutto chiari o, comunque, confessabili.
Questo perché il «castismo» ha finora dimostrato di muoversi, organizzarsi e colpire su un unico fronte, ovvero quello della rappresentanza politica (locale e nazionale), omettendo ad esempio di menzionare il collegamento funzionale che esiste tra le retribuzioni dei parlamentari e quelle dei magistrati (l'unico di cui si faccia esplicita menzione in Costituzione: al diminuire delle prime scendono di conseguenza le seconde. Ecco perché l'ANM, solitamente così incline ad «esternare», a questo riguardo ha sempre prudentemente taciuto), o di squarciare il "Velo di Maia» che copre enti quali INPS e INAIL nel pubblico e fondazioni bancarie e assicurative nel privato.
Un «castismo» selettivo, insomma, che per esigenze editoriali da un lato e «terziste» dall'altro ha fatto figli e figliastri: è acclarato infatti che, così come esiste il «partito di Repubblica», allo stesso modo esiste il «partito del Corriere».
In ogni caso, al di là della maggior o minor buona fede dei «nuovi ideologi» del ventunesimo secolo, apparentemente incolori, in Italia si avverte come necessaria e non procrastinabile una profonda esigenza di rinnovamento delle associazioni rappresentative che convenzionalmente chiamiamo «partiti».
Si tratta di un «samsara» congenito e naturale al meccanismo della rappresentanza, tale per cui i cicli politici, quelli che Berlinguer chiamava «fasi», si aprono, si chiudono, si evolvono e mutano, talvolta in maniera spontanea, altre volte, come è accaduto nel 1993, in maniera traumatica e dirompente a causa di inarrestabili pressioni esogene.
Ora, il punto chiave, il fulcro che sta alla base di questo processo di rinnovamento ciclico è uno ed uno solo: saper cogliere lo Zeitgeist, lo «spirito del tempo», e, quindi, giocare d'anticipo scommettendo e rischiando in prima persona divenendo protagonisti autonomi di tale processo di cambiamento oppure, soprattutto nel momento in cui la struttura oggetto di potenziale rinnovamento sia ingessata inesorabilmente all'interno di un apparato rigido e pletorico, attendere con rassegnazione gli «ultimi giorni di Bisanzio», ovvero il responso delle urne «sic stantibus rebus», senza cioè aver fatto in alcuna misura proprie le istanze legittime mosse dalla propria base elettorale.
Due approcci radicalmente diversi e tra loro antagonisti: da un lato la capacità di sparigliare le carte e ridefinire palingeneticamente il sistema, dall'altro la volontà di conservare ad ogni costo lo status quo.
Due approcci che vedono rispettivamente contrapposti Angelino Alfano e Pierluigi Bersani.
Il Segretario Nazionale del Pdl ha infatti rilasciato questa dichiarazione programmatica: «Faremo il primo movimento politico del tutto autofinanziato, perché noi vivremo solo con il contributo volontario di chi vorrà finanziare le nostre idee, il nostro ideale politico, la nostra azione parlamentare. (...) Faremo in modo che il finanziamento dei privati, di coloro i quali vorranno dare un aiuto abbia un tetto massimo, affinché nessuno possa dirsi azionista di riferimento del nostro partito» .
La prevedibile e poco elegante (per usare un eufemismo) risposta della «controparte» non si è fatta attendere: «Vedo che Alfano si propone di abolire il finanziamento pubblico, sicuro di poter contare sui soldi del miliardario», così il coordinatore della Segreteria Pd Maurizio Migliavacca, al quale ha fatto subito eco Pierluigi Bersani, dicendo che «Il principio del sostegno alla politica è un principio di democrazia: la loro fondata sul populismo e sul sostegno ai partiti affidato a quanto pare alla ricchezza dei sostenitori o, come l'Italia sa bene, dei leader. La nostra fondata intorno a un sistema europeo, rappresentativo e parlamentare».
Fumo negli occhi allo stato puro, insomma.
A cominciare dalle «paroline magiche» destinate, negli intenti del Segretario del Pd, ad evocare potenti suggestioni subliminali: «Europa, rappresentatività parlamentare, democrazia» contrapposte a «populismo, miliardi, ricchezza».
Uno stratagemma gramsciano che non convince sotto nessun aspetto, né realistico/funzionale né prettamente politico.
In primo luogo Alfano, più che voler lanciare un guanto di sfida al Pd, ha voluto una volta di più manifestare in concreto il rispetto e l'attenzione che l'elettorato nel suo insieme (non solo quello del Pdl, quindi) merita nel momento in cui manifesta una legittima tensione critica, una comprensibile disaffezione nei confronti della classe politica.
In secondo luogo, assodato che già dal 1994 Forza Italia e la Lega scacciarono progressivamente «dalle fabbriche» Pci/Ds, una tendenza che si è progressivamente consolidata negli anni (lo sosteneva, tra gli altri, Umberto Eco: certamente non un pericoloso «berlusconiano affascinato»), definire il nostro bacino elettorale come una congerié di milardari da «golf club» risulta non solo falso ed ingeneroso, ma politicamente suicida, poiché una tale attitudine, che speravamo ormai destinata all'archivio delle più tristi ed impolitiche pagine della nostra storia repubblicana, mira a ristabilire una differenza antropologica non solo tra le rispettive classi dirigenti, ma, nuovamente, tra gli elettori del Pdl e quelli del Pd, i primi con l'anello al naso e il portafoglio a fisarmonica, i secondi poveri e virtuosi. Un errore madornale che, all'alba del 2001, consegnò Rutelli al dimenticatoio.
In terzo ed ultimo luogo, Bersani cerca di nascondere un'evidenza fattuale dietro alla proverbiale foglia di fico: senza finanziamento pubblico il suo partito non ha più ragion d'essere. Il mantenimento del ramificato e pletorico apparato del Pd (perfettamente lecito, per carità...) necessita per sopravvivere di ingenti risorse che è impensabile possano provenire solo dal finanziamento privato: senza «notti bianche», gialle o turchine, senza quelle raffinate forme di ingegnerizzazione della macchina politica tale per cui nell'ambito, ad esempio, di un comune si scorporano le società partecipate in quattro o cinque «scatole cinesi» in modo da accontentare tutti (i non eletti, soprattutto...), già vittime del durissimo colpo dell'abolizione ex abrupto delle Province, senza stagioni concertistiche multimilionarie (vedi Genova) il generatore di consenso del Pd si inceppa prima, ed è destinato a sfasciarsi dopo.
Tutti meccanismi che costano uno sproposito in termini di risorse pubbliche e che, volenti o nolenti, hanno preso il posto della politica «tradizionale».
In conclusione, la risposta di Alfano è stata, nella sua accorta semplicità, tempestiva e potenzialmente efficacissima: questo perché la politica non può che essere in divenire, ovvero in grado di modularsi ed adeguarsi alle contingenze specifiche del momento storico, non limitarsi, quindi, alla gestione ordinaria del presente ma proporsi, anzi, proiettivamente verso il futuro. La politica, insomma, può e deve «secolarizzarsi», al contrario della Chiesa di Roma. Se poi qualcuno ha scambiato il proprio partito con San Pietro e il proprio segretario col Papa, buon pro gli faccia...
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