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Numero 523
del 21/05/2013
Strage di bambine PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
sabato 12 maggio 2012
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Non ha riscosso molta attenzione in Italia la notizia della neonata salvata in India dall’essere seppellita viva. Le stavano scavando la fossa il padre e uno zio quando, grazie a una provvidenziale segnalazione, la polizia è intervenuta, appena in tempo. Ma quello che per noi è un delitto senza attenuanti, agli occhi dei parenti della piccola è invece un legittimo e persino doveroso rito propiziatorio, necessario a portare nella famiglia figli maschi e prosperità.

L’uccisione di neonate in India è una vera e propria piaga sociale e morale. Altrettanto legittimo appare infatti disfarsi delle femmine quando in famiglia già ne sono nate una o più. Anche senza aspettarsi che l’omicidio porti ricchezza e figli maschi, lo si ritiene utile perché solleva la famiglia da un futuro onere finanziario, ritenuto insostenibile o comunque non accettabile.

In alternativa, si ricorre all’aborto quando è possibile conoscere il sesso del nascituro. L’onere a cui le famiglie intendono sottrarsi è la dote matrimoniale, un’istituzione proibita per legge dal 1961, ma tuttora estremamente radicata che impone al padre di sborsare somme spesso ingenti di denaro se vuole maritare le proprie figlie.

Le famiglie che non intendono dotare molte figlie o non se lo possono permettere – in considerazione anche dell’aumento degli importi richiesti negli ultimi due decenni – ricorrono all’infanticidio. L’alternativa, come si diceva, da quando è possibile individuare il sesso del feto, è l’aborto che è diventato così frequente da indurre nel 1994 le autorità indiane a proibire ai medici di fornire questa informazione ai genitori (divieto peraltro spesso violato comunicando il sesso verbalmente). Sembra che in 20 anni gli aborti selettivi femminili in India siano stati 10 milioni. Eppure, considerati i metodi usati per uccidere le neonate, l’aborto appare al confronto un atto clemente.

Gli indiani sopprimono infatti le neonate seppellendole vive, riempiendone la bocca di riso fino a strozzarle, soffocandole, ponendole davanti a un ventilatore che ruota ad alta velocità. A parte il primo metodo, gli altri servono probabilmente a simulare degli incidenti per evitare l’accusa di omicidio. L’istituzione della dote comporta altre conseguenze. In un contesto sociale che autorizza il matrimonio combinato e forzato, e persino infantile, le famiglie cercano di accasare almeno alcune figlie a buon mercato, proponendole, ad esempio, a uomini molto anziani o costringendole a diventare terze e quarte mogli, e a maritarsi molto giovani per smettere di pesare sulla famiglia. Succede anche che concordino un pagamento rateale della dote da estinguere entro i primi anni di matrimonio. È normale allora che si verifichino ritardi nel versamento delle somme pattuite e può darsi che il pagamento dopo qualche tempo venga interrotto. Ne conseguono tensioni e casi di violenza che possono culminare nell’omicidio della moglie, dissimulato da incidente domestico realizzato, ad esempio, cospargendola di liquidi combustibili e dandole fuoco.

Consapevoli di ciò, le autorità indiane hanno disposto che quando una donna muore per cause non naturali entro i primi sette anni dalle nozze si presuma un omicidio a causa della dote e si indaghi in tal senso. Ma ciononostante la maggior parte degli uxoricidi restano impuniti, in certi casi non vengono neanche denunciati. Ogni giorno in India una media di 19 donne vengono uccise solo per non aver portato al marito una buona dote o per ritardi nel suo pagamento e 160 subiscono violenze in ambito domestico. Non meraviglia dunque che all’istituzione della dote sia correlato anche un elevatissimo tasso di suicidi tra giovani donne che temono il matrimonio a queste condizioni: un fenomeno riscontrato soprattutto nell’India meridionale dove i suicidi femminili sono dieci volte superiori alla media nazionale e tre volte più numerosi di quelli dei coetanei maschi.

Il dramma degli aborti e degli infanticidi selettivi, per sopprimere le figlie indesiderate, ci coinvolge come persone responsabili e sensibili, che credono nei diritti umani universali, ma da qualche tempo ci riguarda anche come cittadini italiani perché l’aborto selettivo viene praticato anche nel nostro Paese da non poche famiglie indiane immigrate. Lo chiedono le donne dopo che un’ecografia ha rivelato il sesso del loro bambino: al rifiuto delle strutture sanitarie rimediano acquistando in farmacia medicinali dagli effetti secondari abortivi. Che succeda, e di frequente, è provato dalla differenza tra il numero di neonati maschi e femmine che normalmente è del 5% circa, ma che invece tra gli immigrati indiani raggiunge il 10-15%.




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