Quando nel marzo del 2006, se la memoria non inganna, Berlusconi fu oggetto di un fuoco di fila di polemiche, insulti e atteggiamenti sfottenti per aver ricordato che i « comunisti hanno mangiato i bambini », toccò a chi scrive, dalle colonne di Libero, dimostrare che era tutto storicamente e tragicamente vero.
All’epoca si riportarono i lunghi e drammatici studi del reportage di un giornalista «progressist» inglese, Jasper Becker corrispondente del «Guardian», che ricostruiva storicamente, e con copioso supporto di fonti, come il comunismo avesse incentivato nella storia cinese il terrificante fenomeno dell’antropofagia, avendo ridotto ampie fette dell’umanità allo stremo a seguito delle carestie.
Becker puntualizzava anche che la macabra tradizione cinese era risalente, e che essa si incrociò con lo stato di necessità brutale e brutalizzante a cui avevano condotto i disastrosi esiti della politica economica ed agricola della rivoluzione comunista.
Se qualcuno pensa che la storia abbia chiuso questi capitoli terribili, si sbaglia. L’orrore continua.
Proprio lo scorso nove maggio alcune testate giornalistiche come l’Ansa o Il Sole24ore hanno riportato la notizia di un blocco di una partita di pillole cinesi per la fertilità fabbricati con polvere di feti.
La faccenda davvero raccapricciante, tuttavia, non è nuova.
Infatti, l’esule cinese Harry Wu, Presidente e fondatore della Laogai Research Foundation, organizzazione che si occupa dei diritti umani in Cina e di far conoscere al mondo le tragedie che coinvolgono milioni di essere umani nel sistema concentrazionario maoista e post-maoista, descrive scenari apocalittici nel suo ultimo libro «Strage di innocenti» (Guerini e Associati, 2009, Euro 21,50).
In continuità con quanto più di un decennio or sono aveva già scritto Jasper Becker, Wu apre un nuovo sipario sulla casa degli orrori che è diventata la Cina atea e comunista affrancata da ogni dimensione trascendente che possa fondare eticamente l’esistenza umana.
Wu racconta, tra le tante nefandezze del regime, che la Cina si caratterizza non solo per l’antropofagia per fame a seguito di carestia, ma anche per il commercio di esseri umani o parti di essi, e anche per il cosiddetto «cannibalismo estetico».
La dignità umana in Cina, già vessata dalla piaga dell’aborto di massa, quello forzato addirittura, viene ancor più stravolta dai racconti di Wu sul commercio delle placente che poi vengono utilizzate o come medicamento, o come condimento per zuppa, o, perfino, come afrodisiaco.
Ma non basta. Ad essere oggetto di consommè sono, addirittura, i feti abortiti anche fino al sesto o settimo mese.
I feti abortiti vengono venduti a buon prezzo a decine di ristoranti che li servono come raffinatezze culinarie.
A ciò si aggiunga l’avanguardismo artistico cinese messo in essere da Zhu Yu che ha orgogliosamente intitolato una propria rassegna fotografica «Cannibalismo», mostrandosi nell’atto di lavare un feto, cucinarlo e poi ingurgitarlo.
La vertigine provocata da questo abisso di disumanità, il pugno allo stomaco e la nausea sono le naturali conseguenze per chi, più o meno coscientemente, reagisce negativamente a simili notizie in quanto ancora fonda la propria esistenza su una dimensione assiologica ed ontologica.
Il filosofo ebreo Abraham Heschel ebbe a scrivere che la «vita è solidarietà tra Dio e l’uomo », ricavando da ciò la circostanza non trascurabile per cui se l’esistenza umana ha un valore inderogabile, se la vita dell’uomo è indisponibile, è soltanto grazie al fatto che essa riceve prospettiva ontologica dalla trascendenza.
Nikolaj Berdjaev del resto ebbe a notare con elegante precisione che «là dove non c’è Dio, non c’è l’uomo», quasi sintetizzando in anticipo quanto esposto dall’analisi di Albert Camus allorquando ha evidenziato, nel suo «L’uomo in rivolta”, come dopo il deicidio (la fase in cui l’uomo si rivolta contro Dio dichiarandone la morte ), segua necessariamente il regicidio (la fase in cui l’uomo si ribella all’autorità terrena detronizzandola prima e procurandone la morte poi), seguito subito dopo dall’omicidio (la fase in cui l’uomo sciolto da ogni vincolo sovrumano o umano, metafisico o materiale, religioso o civile, si ribella contro i suoi simili seminando morte e distruzione), e quindi inevitabilmente dal suicidio ( espressione dall’esito nichilistico della fase della ribellione perfino contro se stesso).
Non a caso le tragedie più disumane si sono consumate nel XX secolo all’ombra dei regimi ateistici e materialistici di ogni colore, e ancor oggi si perpetuano in Cina per lo stesso motivo.
Occorre però stare attenti e non fare i moralisti. Se in Occidente l’embrione prima ed il feto poi sono considerati non umani, o soltanto un «grumo di cellule», come da parte di alcuni si continua ingenuamente a ripetere, non ci si può scandalizzare se in altri luoghi al mondo come la Cina, gli stessi feti sono trattati alla medesima stregua. In Occidente non si è ancora a quei livelli, ma si è sulla buona strada a causa del relativismo etico che fagocita sempre di più l’opinione pubblica ed il sentire comune.
Quello stesso relativismo che deride i credenti in genere ed i cristiani in particolare, in quanto ancora credono alla dimensione morale della vita, cioè alla prospettiva che vede il bene da un lato ed il male dall’altro e che induce l’uomo a comprendere la distinzione.
Il relativismo occidentale, facendo credere all’uomo che rappresenta un progresso affrancarsi dalla dimensione morale e trascendente, è la causa più diretta della perdita di valore ed unicità della vita umana.
Fu Dostoevskyj a riconoscere che «se Dio non esiste, tutto è permesso»; ma è proprio questo che accade in Cina, e, mutatis mutandis, in tutti i luoghi e le culture in cui la vita umana è considerata solo un «mucchio di cellule», come ahinoi, sempre più progressivamente, anche in Occidente si pensa.
E se da un lato rimbomba l’eco lontana del materialismo feurbachiano per cui «l’uomo è ciò che mangia», dall’altro risuona più forte la dimensione metafisica dell’uomo, garanzia per ogni pensabilità morale dell’esistenza, e che lo eleva alla dignità di persona suggellandolo nella diversità della sua propria dimensione ontologica, grazie alle parole di Heschel che già aveva ammonito:«L’annullamento morale conduce allo sterminio fisico».
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