Ha vinto Pierlugi Bersani, il nuovo volto di Massimo D'Alema è il neo segretario del Partito democratico. Il postcomunismo è riemerso, quindi, nelle vesti del Pd. La continuità tra Pci, Pds, Ds, Pd è garantita. Secondo Bersani i democratici dovranno essere socialdemocratici quanto basta, «il giusto», come egli sostiene. Ed è da questa affermazione che si intuisce lo stato confusionale in cui versa il Pd, sia sul piano politico delle alleanze che sul terreno culturale.
Per il Pci avere un avversario alla propria sinistra che parlasse il linguaggio della Rivoluzione costituiva la minaccia principale. Oggi i comunisti non hanno più rappresentanza politica in Parlamento, ma i suoi successori postcomunisti, che ora abitano nel Pd, conservano il timore che prima avevano del Pci nei confronti di Di Pietro. Il rischio è che l'antiberlusconismo viscerale dell'Italia dei Valori faccia ancora breccia nell'elettorato dei democratici, rimasto ancora intimamente rivoluzionario.
L'alternativa per Bersani potrebbe essere quella di accentuare l'identità di sinistra nel partito per arginare l'emorragia di consensi che si è generata a partire dalle elezioni del 2008, ma i democratici di conio veltroniano sono un formazione liquida che ha raggruppato anche moderati di sinistra, la cui storia non coincide con le radici del postcomunismo e che oggi sono alla ricerca, come Rutelli ed i teodem alla Binetti, di altri lidi.
La vittoria di Bersani alle primarie era scontata ormai da tempo e forse le scosse telluriche che la sua elezione avrebbe generato potevano, anch'esse, essere immaginabili, ma il futuro del Partito democratico, invece, è rassegnato all'imprevedibile, poiché non possiede nuove proposte ma vecchi progetti. Ritorna alla ribalta l'idea di cercare alleanze sia con la sinistra radicale di Nicky Vendola sia con il centro, alleanze che possano costituirsi come alternativa di governo. Ma è ancora il papocchio di sempre di matrice dalemiana, ossia il desiderio di realizzare una coalizione sinistra-centro conservando intatte le radici delle memorie storiche dei partiti ideologici della Prima Repubblica, uniti dal potere.
Ed in questa circostanza politica in cui si sovrappone a ciò che rimane del progetto politico veltroniano la restaurazione del modello dalemiano, Bersani cerca l'estrema mediazione sostenenendo opzioni socialdemocratiche sì, ma non del tutto. La minaccia Veltroni, infatti, che attacca il nuovo segretario dichiarando che il socialismo sarebbe un suicidio per il Pd, potrebbe far divenire un'affermazione non banale il «rompete le righe» per molti della base del Partito democratico. Il neosegretario, quindi, cerca un parallelismo convergente con Di Pietro, condividendo la ragione della sua polemica polemica ed al contempo distanziandosi dal suo linguaggio e rifiutando l'adesione alla manifestazione contro Berlusconi per essere più appetibile alla componente più moderata di sinistra. E' un'iniziativa che il leader dell'Italia dei Valori ha pensato di lanciare subito dopo le primarie come guanto di sfida al Pd nella competizione all'opposizione al premier. Antonio Di Pietro è un personaggio multiforme, che gioca con le corde rivoluzionarie dell'elettorato di sinistra che ha da sempre posto la piazza come il mezzo della contrapposizione sociale e politica.
La componente dei cattolici di sinistra del Pd, invece, si sente minacciata dalla volontà di accentuare l'opzione socialdemocratica da parte di Bersani; essa vive dunque questa convivenza con il mal di pancia più forte, poiché deve subire il dominio postcomunista nel partito. Un tempo questa frangia cattolica era alleata con i Ds, ma pur sempre separata. Ora che i cattolici di sinistra sono dentro il Pd un sentimento anticomunista potrebbe formarsi anche nella pancia del partito di Bersani. Il retaggio ideologico della sinistra è stato sopportato dai cattolici adulti di Prodi e della Bindi per altri il solo antiberlusconismo è stato il collante di tutte le componenti della sinistra da più di dieci anni ad oggi. Purtroppo lo sarà ancora per molto, perché anche la fantomatica scelta socialdemocratica di Bersani implicherebbe una impensabile opzione riformista in grado di costituirsi come alternativa capace di esprimere un nuovo progetto di governo e di riforma dello Stato e lasciando, oltretutto, aperti i problemi biopolitici che generano nel Pd la principale divisione tra cattolici e laicisti.
Ma mai nella storia si è visto un riformismo che si allei con il giustizialismo e con il massimalismo, che oggi è ancora antagonismo, per produrre un progetto di governo. La scelta di eliminare il riformismo craxiano ha condannato la sinistra ad essere ciò che è: rivoluzionara senza Rivoluzione, senza realtà e quindi senza proposta politica. Dalle pagine dell'Altro Fausto Bertinotti, uno dei pochi protagonisti della sinistra ad aver posseduto un linguaggio che ha rappresentato l'approccio culturale originario della sinistra che rifiutò il riformismo, si fa portatore del progetto di un'alleanza, fondata su una concezione ideologica della Costituzione, tra la classe operaia e le lobbies di quella borghesia imprenditoriale, industriale e finanziaria che ha legami internazionali, che egli evidentemente pensa si collochi nel Pd.
Poco tempo fa dalle pagine della rivista della Fondazione Italiani&europei Toni Negri indicava anch'egli, cattivo maestro, una prospettiva per la socialdemocrazia italiana ed europea fondata sull'incitamento alla violenza politica. Per non parlare di Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista, che qualche giorno fa era insieme a Di Pietro per lanciare la manifestazione di dicembre contro Berlusconi: neocomunismo e giustizialismo. Molti soggetti in campo a sinistra parlano lingue differenti, ma nessuna delle loro costituisce una premessa per una reale alternativa di governo dell'Italia. Bersani potrà parlare di riformismo, ma nelle sue parole il significato deteriore del suffisso ismo prevarrà sempre sulla parola riforma e Di Pietro rappresenterà l'arpia che cerca di nutrirsi persino del desco del suo partito. I veri riformisti hanno già scelto un percorso diverso dal Pd di Bersani con il Popolo della Libertà. Oggi le riforme si fanno con il governo Berlusconi. La sinistra è destinata ad essere la vittima dei postcomunisti, che rimangono sempre postcomunisti.
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