| Da Croce a Facebook | ||||
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| giovedì 05 novembre 2009 | ||||||
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«Non possiamo non dirci cristiani». E se lo diceva l'ateo Benedetto Croce, forse possiamo pure credergli un poco. Oggi a maggior ragione, visto il rigurgito iconoclasta targato Strasburgo che, per fortuna, tanta indignazione sta suscitando nel nostro paese. Sembra davvero un miracolo - laicamente inteso - vedere che stavolta la compunta professione di correttezza politica senza se e senza ma della Corte europea per i diritti dell'uomo abbia generato una reazione immediata, omogenea, motivata. «Via il Crocefisso dalle aule!», ha tuonato la Corte, facendo intendere tra le righe che il permanere del «cadaverino», secondo la definizione di Adel Smith, era roba da paese in via di sviluppo, una forma di feticismo indegno di una nazione moderna e civile. Al di là delle legittime e doverose esternazioni del mondo politico ed ecclesiastico, colpiscono particolarmente il numero e la qualità degli interventi al riguardo sull'amato/odiato Facebook. Innumerevoli sono i gruppi nati a difesa del crocefisso, alcuni, peraltro, dichiaratamente laici. Nessuna speculazione para-filosofica o capziosi sofismi da leguleio: motivazioni semplici ma argute e ben argomentate. Si parte da quanti, pur non frequentando abitualmente chiese e prelati, sentono comunque come parte integrante del proprio sostrato culturale un simbolo che non è un feticcio; altri sottolineano come, a voler essere davvero giusti ed equanimi, ogni aula dovrebbe essere munita di altarino polifunzionale nel quale trovino spazio statuine di Buddha, Shiva, Anubis e Wotan (non dimentichiamo i pochi ma agguerriti neopagani...) e - perché no - di Baphomet, giacché negli Stati Uniti, e un domani forse pure da noi, la «chiesa di Satana» fondata dal defunto Anton La Vey è un'istituzione legalmente riconosciuta. In effetti dobbiamo riconoscere che un tale afflato politeistico moltiplicherebbe i posti di lavoro dietro alle bistrattate cattedre di religione, quindi, aprendo adeguata trattativa coi sindacati di categoria, si potrebbe addivenire ad un accordo soddisfacente per tutte le parti sociali. Come avrebbe detto Peppone: «Compagni, la misura è colma!». Parole santissime, visto che nella nostra pavidità siamo pure arrivati a sostituire le croci colorate sulle ambulanze con anonimi asterischi: quindi in caso di emergenza oggi non è più corretto (politicamente e sostanzialmente) dire «chiamo la Croce Rossa», bensì «chiamo l'asterisco rosso». E speriamo che nessuno si metta in testa di fondare un nuovo credo il cui simbolo sia un asterisco, se no via tutti dal carrozziere a riverniciar fiancate... Scempi e paradossi di un paese che, per fortuna solo in apparenza, pareva aver dimenticato la propria identità e che oggi, forse in maniera altrettanto paradossale, riscopre un minimo di se stesso grazie a questo strano connubio di social network e mai sopito Volksgeist... Scrivi Commento
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