Ragionpolitica ha più volte parlato dell'inarrestabile declino del Pd, con analisi - tra gli altri - di Raffaele Iannuzzi e Gianteo Bordero. Di più: senza tentennamenti ha denunciato fin dall'inizio limiti e contraddizioni di una forza politica che non è all'altezza dei grandi partiti di sinistra di impianto socialdemocratico, che in tutto il Vecchio Continente rappresentano una valida e credibile alternativa di governo dello Stato. Potendo seguire continuativamente i lavori d'aula della Camera, tuttavia, non si può non restare colpiti da una nuova metamorfosi, e segnatamente l'ultima possibile, del Partito Democratico. Come già accadde con il ricorso a Romano Prodi all'indomani della vittoria di Silvio Berlusconi nel 1994, i post comunisti, che costituiscono l'anima e l'asse portante del Pd, scelgono di farsi rappresentare nei dibattiti parlamentari da Maria Anna Madia. La quale non è né capogruppo né vice. Però ha un bell'aspetto. E' fresca. Ha una voce gentile. E' giovane. Non c'è nulla di male in questo. E non c'è neppure niente di male nel fatto che, presenti in aula Bersani, Franceschini e Damiano, parli la Madia. Non c'è niente di male, ma è strano.
Questa esposizione della Madia, infatti, si riflette in interviste televisive opportunamente concertate e va necessariamente vista nell'ambito del profondo dilemma del Pd, un partito con un leader insostituibile ma votato alla sconfitta, con altri leader - in testa D'Alema e Bersani - che però lavorano per vendicarsi e bruciare definitivamente Veltroni al punto che essi divengono oggi i suoi più fedeli sostenitori. E' chiaro come costoro intendano far condurre il partito dall'ex sindaco di Roma fino alla sconfitta definitiva e clamorosa che giungerà inesorabilmente tra pochi mesi alle elezioni europee. A quel punto Veltroni dovrà scendere dal pullman e dismettere gli abiti da conducente della macchina Pd. Tuttavia la vecchia guardia berlingueriana che si trova al volante dei Democratici si rende conto della realtà della nomenklatura pidista. Sa di non essere presentabile e guarda con desolazione all'assoluta inutilità dei rimasugli della sinistra Dc alla quale s'è legata con l'intento di far dimenticare il proprio passato. Sta cercando di individuare nuove maschere dietro le quali nascondersi. Cambiano i volti - da quello di Prodi a quello della Madia - ma lo stile è il medesimo.
Anche quando dai giovani del Pd giungono segnali politicamente avveduti e maturi, come la candidatura di Sergio Zavoli alla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai al posto di quella irragionevole e sbagliata di Leoluca Orlando. Non l'ha avanzata Fioroni, né la Finocchiaro, né Fassino. E' stato un under 30 brillante come Luciano Nobili. La proposta, naturalmente e tristemente, è caduta nel vuoto. Si è scontrata contro l'indissolubile alleanza con Di Pietro. E' naufragata, anche se avrebbe permesso di superare un nome - quello di Orlando - che divide il parlamento.
Cambiano le maschere, dunque, ma lo stile e i contenuti restano gli stessi. Basta pensare al dibattito parlamentare sulle classi complementari per gli studenti stranieri e all'atteggiamento ideologico con il quale il Pd si è opposto ad una innovazione che va verso la reale integrazione. Oltre il permanere noioso del medesimo stile che accomuna una certa sinistra, oppostasi nel tempo prima ad Andreotti, poi a Craxi, oggi a Berlusconi, e al di là della novità - di costume più che politica - rappresentata dalle nuove e giovani maschere che la celano, resta il dramma di un partito che non sa offrire al paese una classe dirigente credibile non già per il domani, ma almeno per l'oggi.
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