A Grant Park, in pieno centro a Chicago, città natale di Barack Obama, sono già iniziati i lavori. Un enorme palco sarà allestito per ospitare quella che, in caso di vittoria da parte dei democratici, sarebbe la più grande festa politica di tutti gli Stati Uniti. Grandi preparativi per festeggiare il ritorno alla Casa Bianca di un democratico, sebbene nessuno, per cautela, o per semplice scaramanzia, sembra voler parlare ancora di «vittoria». Una cautela che, a dispetto dei punti di vantaggio di cui al momento gode il senatore dell'Illinois nei sondaggi, è giustificata da alcuni elementi non trascurabili.
Uno di questi è il celeberrimo «effetto Bradley». Nel 1982, Tom Bradley sindaco afroamericano di Los Angeles dal 1973 al 1993, si candidò per la carica di governatore della California tra le fila del partito Democratico, sfidando l'assai meno conosciuto George Deukmejian, di razza caucasica, attorney general dello Stato, candidato per il partito Repubblicano. Per tutta la durata della campagna elettorale, Bradley rimase in testa in ogni sondaggio, con un notevole distacco che lo separava dall'avversario. Persino gli exit poll diedero Bradley come sicuro governatore, portando l'autorevole quotidiano San Francisco Chronicle a dare la notizia del suo ormai certo successo. Le cose, tuttavia, andarono diversamente da quanto previsto: una percentuale di elettorato bianco e di indecisi scelse di votare per Deukmejian all'ultimo momento, una quantità maggiore di quanto invece registrato dai sondaggi elettorali, regalando così al repubblicano un'inaspettata vittoria. Secondo alcuni esperti e ricercatori, la spiegazione più probabile di questo spostamento di voti fu da ricercare nella razza dei due candidati, dando così origine al cosiddetto fenomeno del «Bradley effect», situazione in cui elettori bianchi, pur affermando di voler votare per un candidato di colore alle elezioni, effettuano l'esatto contrario all'interno della cabina elettorale, a prescindere dalle loro idee politiche. Episodi analoghi avvennero anche nel 1988 con Jesse Jackson e nel 1989 con Douglas Wilder e, sebbene si tratti di una semplice teoria non dimostrata scientificamente (anzi, in più di un'occasione si è registrato l'opposto), sono in molti a temere che un esito simile possa avvenire anche il prossimo 4 novembre, smentendo così l'attuale vantaggio del ticket democratico.
Mentre la quasi unanimità dei commentatori di entrambi gli schieramenti - salvo qualche rara eccezione, come ad esempio Michael Barone, che tuttora sostiene sia possibile una «sorpresa» diversa dalle previsioni, il 4 novembre - preannuncia quattro anni di presidenza Obama, da Michael Scherer di TIME («Stiamo andando ancora una volta a sinistra») a Joan Vennochi del Boston Globe («È finita per McCain»), a preoccupare alcuni sostenitori dei democratici è un recente sondaggio eseguito dalla Associated Press/Gfk, che smentisce clamorosamente tutte le altre indagini e posiziona Obama al 44% e McCain al 43%, con un solo punto percentuale a separarli. Secondo questa ricerca, McCain avrebbe recuperato molto terreno in seguito al terzo dibattito presidenziale, guadagnando consensi nell'elettorato bianco e nelle fasce di popolazione dal reddito inferiore ai 50 mila dollari annui (due categorie che, se vogliamo, rispondono al profilo di «Joe l'idraulico»). Sulla stessa linea d'onda un sondaggio targato Investor's Business Daily/TIPP (quest'ultima, riconosciuta come la più accurata agenzia di sondaggi per le presidenziali del 2004), che mostra il democratico al 45,7% e il repubblicano al 42%, con una percentuale di indecisi pari al 12,3%, cifra in grado di modificare radicalmente l'esito finale della corsa.
Aldilà delle indagini e delle proiezioni, resta da sottolineare l'evidente sproporzione tra il sostegno mediatico riservato al senatore dell'Illinois e il suo effettivo vantaggio nella corsa elettorale. Uno studio indipendente eseguito dal «Project for Excellence in Journalism» dimostra che il trattamento riservato a John McCain da parte dei media americani, dalle convention a oggi, sia di tre volte più negativo rispetto a quello riservato a Barack Obama: il 57 per cento degli articoli e dei servizi dedicati al senatore dell'Arizona è stato di stampo critico e negativo, con solo un 14% dal taglio positivo. Nonostante la luna di miele con la stampa, Obama ha raramente superato il 50% nei maggiori sondaggi e l'enorme afflusso di giovani sostenitori, previsto sin dalle primarie contro Hillary Clinton, potrebbe faticare a materializzarsi (cosa già avvenuta ripetutamente, con conseguente danno ai democratici, in precedenti tornate elettorali). Elementi che alimentano le speranza del ticket McCain-Palin e che sono in grado di far perdere il sonno agli strateghi democratici.
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