Le dimissioni di Settis rappresentano soltanto la vittoria del ministro per i Beni e le Attività Culturali, Sandro Bondi? Non è così. Settis, infatti, è il portavoce di una certa cultura radical-chic estetizzante, che, da Scalfari a Cacciari, attraversa quel che rimane della sinistra decadente. Anti-mercato a tutti i costi, questa sinistra è il prototipo della sinistra antipatica, anti-popolare, che cita Goethe in tedesco e mangia il prosciutto di Parma senza far rumore; è la sinistra satura di luoghi comuni ed accenti autunnali, senza più patria, perché quella nella quale vive, ovviamente, non le piace. Strano che l'ultimo Montanelli, pur di andare addosso a Berlusconi, abbia abbracciato questa perfida e perdente sinistra. O forse non così strano, perché, alla fine, Berlusconi ha segnato l'alterità assoluta rispetto alla dimensione antropologica del vivere civile e, dunque, della cultura.
Ciò che, negli altri paesi europei, per non dire degli States, è normale (cioè che i beni culturali fruttino denaro, gonfino le casse dello Stato e diventino veri e propri mercati, abbiano, dunque, uno specifico marketing, definito, appunto, «culturale») è, in Italia, un'eresia. Per questa sinistra, alla Settis - che qui critichiamo come idealtipo della sinistra antipatica e decadente -, è uno scandalo irredimibile che ci possa essere un esperto di marketing, un uomo di mercato, insomma un manager, alla guida della valorizzazione del patrimonio culturale. Incredibile, ma vero. La stessa sinistra che ci ha fatto una testa così con le «liberalizzazioni» o «privatizzazioni», poi rivelatesi tutte false, poi manda in avanscoperta queste «teste d'uovo» a spiegarci che l'Arte, nossignori, non è cosa da mercimonio, e i musei, nossignori, non possiamo darli in mano ad un manager della McDonald's, perché non fa fino, non è per noi, colti europei, figli dei Romani e di chissà chi altri - le solite sciocchezze degne del peggior filisteismo intellettuale e morale, il solito romanzone d'appendice senza più capo né coda, nel XXI° secolo.
Questa sinistra, sono sicuro valga anche per Settis, sproloquia sulla globalizzazione, manda i figli a studiare alla London School of Economics, e poi, in Italia, sputa sul mercato, sull'economia, di fatto sul popolo vero, quello che lavora, perché si dà il caso che valorizzazione dei beni culturali, dei musei e della cultura significhi lavoro, ricchezza, aumento del Pil, tutta roba che fa andare su o giù una nazione. Bondi ha saputo dire un no secco a questa sinistra. La quale, si badi, si è messa contro anche un'altra sinistra, più legata alla tradizione italiana moderna e più acuta sul piano professionale, quella del professor Andrea Carandini, che ha difeso il ministro Bondi ed oggi è il nuovo presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, organo - è il caso di chiarire - soltanto consultivo, privo di qualsiasi potere decisionale ed esecutivo, spettanti esclusivamente al reggente del dicastero.
Non basta. Sulla stucchevole polemica dei tagli alla cultura, Carandini ha dimostrato un enorme coraggio intellettuale, affermando, in sostanza, che è inutile fare le verginelle violate, quando i tagli sono stati fatti a tutti i settori e, udite udite: «Chi strilla sui tagli sa qual è il residuo passivo delle Soprintendenze, ovvero quei soldi non impiegati che tornano per legge al ministero del Tesoro? Ebbene, nell'ultimo triennio il residuo passivo è stato di 200 milioni di euro». Chiaro il concetto? Qui qualcuno ha trescato, evidentemente, e in tempi anche remoti, si può ipotizzare. Dunque, l'attacco furioso e continuo di Settis a Bondi sui tagli da lui non scongiurati è una montatura ideologica della peggior fattura. Settis varrà forse qualcosa come studioso (anche qui c'è chi discute sui suoi effettivi meriti), ma certamente come ideologo è meno di zero, visto e considerato quanto dichiarato da Carandini. Anche per celare le magagne ci vuole classe e soprattutto testa. Merce rara fra i radical-chic, a quanto pare.
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