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Il prossimo 17 marzo si discuterà nel parlamento francese l'importante intenzione del presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, a proposito della volontà di rientrare nel comando integrato della Nato. Questa intenzione, espressa dal presidente, ha scatenato due ordini di reazioni che sono una perfetta cartina tornasole della politica estera della Francia dal dopoguerra ad oggi e che si rivolgono l'uno verso l'estero, l'altro verso l'interno.
Facile raggruppare le reazioni straniere all'idea di Sarkò: il rientro della Francia nelle strutture militari della Nato assicurerà la forza di Parigi nelle politiche di sicurezza dell'Unione Europea. Il primo a sottolineare questa conseguenza è stato Jaap de Hoop Scheffer, segretario generale Nato, proprio a Parigi in occasione di un discorso alla Fondazione per la ricerca strategica. Insomma il rientro servirà ad accrescere l'influenza francese in tema di difesa e sicurezza in due direzioni, quella dell'Alleanza nord atlantica, e quella europea.
Il grande main theme che nella diplomazia aleggia alle spalle di tutto ciò, e che il presidente Sarkozy capisce molto bene a differenza di numerosi suoi connazionali politici, è infatti il destino unitario del dibattito transatlantico. E' inutile richiamare qui i numerosissimi studi che riguardano le relazioni tra Ue ed Usa, e che sottolineano sempre una comunione di valori, di principi e di tipo di società che richiede in tempi di globalizzazione e di sfide globali una ovvia comunione anche di mercato e strategia. Il discorso si inquadra nel contesto del grande scontro interno alla nostra civiltà, non tra civiltà, che vede contrapporsi il relativismo e la responsabilità: da un lato abbiamo chi vuole rinnegare un'identità, essenziale a qualsiasi forma di dialogo, e che basa sui postumi del '68 e della libertà intesa come mancanza di punti di riferimento la sua azione politica; dall'altro chi vuole trovare una via d'uscita alla debolezza cronica che porta l'Occidente ad essere sotto attacco da parte delle società con identità più vitali ed impianti valoriali più rigidi (ad esempio il fondamentalismo religioso contro il rispetto della tolleranza e dei diritti umani).
A riprova di questo contrasto, le reazioni all'intento di Sarkozy interne alla Francia (che si è sempre vantata di un certo anti-americanismo) sono state invece assai negative. Per esempio Dominque de Villepin, già premier francese e già ministro degli esteri, rimpiange la posizione da sempre tenuta dal suo Paese di bastiancontrario. Non è definibile in altro modo il fatto che secondo l'illustre politico, l'idea di Sarkozy «sminuisca la Francia sul piano diplomatico»: il vecchio posizionamento indipendente della Francia è essenziale all'equilibrio mondiale; sarebbe possibile, in futuro, mantenere una posizione analoga a quella che venne presa sull'Iraq? E' palese che Villepin non adori Sarkozy, anzi è risaputo che sono acerrimi nemici, ma sembra quasi infantile la candida convinzione del fatto che la Francia, con il suo comportamento irresponsabile e non «schierato da nessuna parte», possa garantire l'equilibrio mondiale. Il discorso, in politica estera, è sempre su termini di «tutti sono indispensabili, ma nessuno è insostituibile».
Comunque sia il 17 marzo sarà anche un'occasione per tastare il polso di un anti-americanismo e di un nazionalismo che sono davvero problematici e non perdono occasione di rialzare il capo. Problematici perché in questo caso riguardano la Nato, ma sono anche uno dei freni principali all'Unione Europea, nata e cresciuta sull'asse franco-tedesco e totalmente pietrificata dall'atteggiamento dei nostri cugini d'Oltralpe. E' infatti trasversale la reazione interna contraria al ritorno alla Nato: l'Ump stesso, con Francois Goulard, teme che la Francia appaia sistematicamente allineata agli Stati Uniti, i neo-liberali propongono addirittura un referendum popolare per dar contro alle intenzioni del presidente, i nazionalisti condannano questa come una «deriva dell'élite politica francese»; Francois Bayrou (la terza via centrista che ricordiamo per il buon risultato quando si contrappose a Ségolène e Nicolas nella corsa alla presidenza) parla di una libertà rubata al popolo francese, senza il suo consenso, nonostante la Francia fosse sempre stata un'alleata affidabile per i partner stranieri ed avesse avuto nella sua indipendenza un «marchio di fabbrica», un'eredità.
E proprio Ségolène, dicendo la sua, riporta l'attenzione sul vero problema di valori: «La Francia si ripiega sulla sfera occidentale». Proprio così. Solo che quello che la destra condanna per vetero-nazionalismo, la sinistra condanna proprio per quella ragione abominevole che a noi sembra il problema. Il fatto che un Paese europeo non voglia «ripiegarsi sulla sfera occidentale» (quindi sui diritti umani, la democrazia, la libertà, il libero mercato, la parità di trattamenti per sesso, religione, ecc...) è il vero motivo per cui il nostro presente è una crisi unica, in qualsiasi campo si applichi un'analisi. Perché la parte trainante del mondo non vuole più riconoscere il suo ruolo e mette un freno a mano antistorico e buonista che ingolfa tutto il traffico.
Per non vedere tutto così disperatamente in modo pessimista, c'è però da considerare il fattore elezioni. Se lo stesso Mitterand, che a suo tempo fu contro alla scelta di De Gaulle di lasciare la Nato, si schiera contro Sarkozy, è anche in vista delle elezioni europee in Francia. Ogni partito quindi porta acqua al suo mulino e lo scontro verbale è a toni più elevati, con l'ideologia pronta in primo piano a rispuntare.
Ma tornando all'estero, l'Alleanza è in festa. La scelta di Sarkozy verrà ufficializzata al prossimo vertice di Strasburgo della Nato, ad aprile, ed è considerata univocamente una «vittoria per tutti». Nessuna discussione neppure sulle scelte di posizioni di comando militare da assegnare al figliol prodigo, anzi, una tripla vittoria come l'ha definita James Appathurai, portavoce Nato. Per la Nato stessa, con il nuovo contributo alle operazioni, per l'Unione Europea, che rafforza la posizione nella Nato, e per la Francia, che avrà un ruolo significativo in posizioni strategiche di rilievo. Peccato solo che Sarkozy venga attaccato così aspramente sul suolo della sua nazione che, però, è anche ora capisca che il mondo va avanti: a Francia piacendo o no.
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