Verso la metà dello scorso settembre, la corsa alla Casa Bianca tra il democratico Barack Obama e il repubblicano John McCain era, a detta di ogni sondaggio, in sostanziale parità. Una situazione conseguente alla prodigiosa rimonta compiuta in agosto dall'anziano senatore dell'Arizona, riuscito nell'impresa di annullare il gap percentuale che lo separava dall'avversario e capace, per alcuni giorni, di porsi persino in posizione di vantaggio grazie agli effetti benefici dell'esposizione mediatica ricevuta durante la convention del Partito Repubblicano di inizio settembre - in buona parte dovuta alla nomina a sorpresa dell'allora semisconosciuta governatrice Sarah Palin quale sua vice. A poco meno di cinquanta giorni dalla data in cui gli americani avrebbero eletto il loro 43esimo presidente, la partita per la conquista della Casa Bianca era quantomai aperta, con i Repubblicani galvanizzati dalla ripresa nei sondaggi e i Democratici poco soddisfatti dal momento di difficoltà della campagna elettorale di Obama, dopo mesi di ampio vantaggio, e ancora preoccupati riguardo alle intenzioni dell'elettorato fedele a Hillary Clinton. Dopo la momentanea interruzione delle ostilità per la cerimonia di commemorazione dell'11 settembre, la sfida tra Barack Obama e John McCain fu travolta da un evento del tutto imprevisto e, alla luce di quanto avvenuto, foriero di effetti devastanti: la crisi finanziaria globale. Un progressivo aggravarsi di problemi già emersi nei mesi precedenti, che portò alla bancarotta di alcune delle più note e, un tempo, più potenti società legate al credito e alla finanza immobiliare, grandi nomi come la banca di investimenti Lehman Brothers, le società di mutui Fannie Mae e Freddie Mac, il colosso assicurativo American International Group, con conseguente crollo delle borse americane e inesorabile contraccolpo sui mercati mondiali.
Da quel momento, la crisi del sistema finanziario diventò protagonista delle prime pagine di ogni quotidiano mondiale e l'economia, tema fino ad allora trattato con superficialità o argomentazioni vaghe dai due candidati (nonostante la già presente e irrisolta questione dei mutui sub-prime), divenne argomento principale della campagna elettorale presidenziale. L'impatto sulla corsa alla Casa Bianca fu di notevole entità: l'elettorato americano individuò - non senza un'abile strategia mediatica dei Democratici - le scelte economiche di George W. Bush e del Partito Repubblicano, al potere da otto anni, come cause principali della difficile situazione, identificando John McCain come corresponsabile (e potenziale prosecutore, se eletto) di tali politiche. A trarne guadagno, ovviamente, il candidato democratico. Che, dall'esplosione della crisi, rimase in netto vantaggio nei sondaggi, fino ad arrivare all'election day del 4 novembre e alla storica vittoria.
Si tratta di una delle tante chiavi di lettura del risultato elettorale delle ultime elezioni presidenziali americane. Un esito senza dubbio condizionato da svariati fattori, ma innegabilmente influenzato, in maniera determinante, dall'irrompere nella corsa alla Casa Bianca della crisi economica. Sebbene sia ancora in corso il cosiddetto «blame game» (letteralmente «gioco della colpa»), l'acceso dibattito sulle origini, sulle cause e su chi siano i maggiori responsabili delle scelte che hanno portato allo stato attuale delle cose, è indubbio che la crisi, a prescindere dalle reciproche accuse dei due maggiori partiti americani e dalle diverse scuole di pensiero in materia di economia, abbia radici profonde ed evidenzi una responsabilità condivisa da entrambe le parti in causa. Con un lungo articolo intitolato «Cosa è andato storto», pubblicato sul Washington Post lo scorso 15 ottobre, gli esperti Anthony Faiola, Ellen Nakashima e Jill Drew hanno analizzato il crollo dei mercati finanziari sotto ogni suo aspetto, giungendo alla conclusione che abbiano ragione sia coloro che puntano il dito contro le eccessive regolamentazioni, sia coloro che invece accusano la deregulation.
In poche parole, Washington e il mondo politico non sono stati in grado, nel corso degli anni, di stare al passo con Wall Street. Secondo l'accurato studio condotto dal quotidiano della capitale, la prima causa - in ordine di tempo - del processo che ha portato alla crisi economica globale è da individuarsi nell'opposizione dell'ex capo della Federal Reserve Alan Greenspan, dell'ex Segretario del Tesoro di Bill Clinton Robert Rubin e dell'ex capo della US Security and Exchange Commission (SEC) Arthur Levitt a qualsiasi tipo di regolamentazione nei confronti dei cosiddetti «strumenti derivati» (titoli il cui valore è basato sul mercato di altri beni). Lo stesso Greenspan avrebbe quindi tentato di erodere il potere dell'ufficio della Commodity Futures Trading Commission (commissione indipendente del governo che proibisce la condotta fraudolenta negli scambi di contratti futures), quando questo provò a iniziare una regolamentazione degli strumenti derivati. Infine, stando alle conclusioni dell'articolo, sarebbe stato il crollo di uno specifico tipo di derivato, il MBS (Mortgage-Backed Security), che avrebbe contribuito a incendiare le crisi economiche del 2008. In difesa di Greenspan, c'è chi ha portato l'argomento che le sue azioni, nel 2002-2004, fossero motivate dal desiderio di rilanciare l'economia americana dopo l'esplosione della bolla della new economy e dopo i tragici eventi dell'11 settembre 2001.
I Democratici, che attualmente, attraverso le parole di Barack Obama, dichiarano ripetutamente di aver «ereditato» la poco rassicurante situazione economica, sono tutto fuorché esenti da colpe. Tra i maggiori responsabili dell'attuale crisi viene spesso indicato infatti l'ex presidente Bill Clinton. Secondo il magazine TIME, la condotta dell'ex governatore dell'Arkansas fu «caratterizzata da prosperità economica e deregulation finanziaria, la quale in vari modi ha posto le basi per gli eccessi degli ultimi anni». Tra le decisioni oggetto di critica, l'approvazione del Gramm-Leach-Bliley Act da parte del 106esimo Congresso, che abolì il precedente Glass-Steagall Act, «caposaldo dei regolamenti dell'era della Depressione». Clinton firmò anche il Commodity Futures Modernization Act, al fine di sottrarre i «credit default swap» dai controlli governativi e, nel 1995, allentò ulteriormente le regole riscrivendo il Community Reinvestment Act, che aumentò la pressione sulle banche per concedere prestiti a quartieri dal basso reddito. Infine, come riportato dal New York Times nel 1999, l'amministrazione Clinton si impegnò per convincere Fannie Mae a espandere i mutui e i prestiti a persone con redditi più bassi, cosa che poi contribuì ad agevolare la crisi dei mutui, concessi a persone non in grado di offrire le adeguate garanzie.
Nella lista dei responsabili figura anche il successore di Bill Clinton, il repubblicano George W. Bush, il quale ha «fin da subito abbracciato la filosofia di governo della deregulation», come riportato da TIME, cosa che ha portato le agenzie di controllo federali ad abbassare la guardia su banche e broker di mutui. Al presidente repubblicano c'è tuttavia da riconoscere il desiderio di voler applicare maggiori controlli su Fannie Mae e Freddie Mac, rispedito al mittente dal Congresso, e l'appoggio (con firma) della legge di regolamentazione Sarbanes-Oxley Act. Diverso il caso del blocco, da parte di consulenti di Bush e di esponenti di spicco dei Repubblicani nei confronti del tentativo del capo della SEC William Donaldson di aumentare i regolamenti di fondi comuni di investimento e hedge funds. Inoltre, a prescindere dalle particolari azioni, a Bush, al potere per due mandati, si rimprovera una certa inazione in occasione dell'emergere dei primi segnali di difficoltà. Unitamente alle finora esposte decisioni politiche che hanno causato la crisi, vi è la restante parte di responsabilità, equamente suddivisa tra speculazioni dei dirigenti delle grandi società, spregiudicate operazioni di Wall Street e, non ultimo, poco avveduti costumi degli stessi consumatori americani che, nel terzo quadrimestre del 2008, per la prima volta in oltre quarant'anni, hanno iniziato a risparmiare di più e spendere meno («Abbiamo vissuto aldilà dei nostri mezzi - non c'è da meravigliarsi se abbiamo voluto credere che ciò non sarebbe mai finito» ha commentato TIME).
L'economia è ovviamente la priorità del programma del presidente Barack Obama. Il quale, fin da prima dell'insediamento, ha ampiamente illustrato le sue intenzioni. Prima scegliendo come segretario del Tesoro Timothy Geithner, ex presidente della Federal Reserve di New York (posizione che lo ha messo a stretto contatto con l'evoluzione della crisi negli ultimi anni), quindi facendo ripetute pressioni sul Congresso per l'approvazione di un piano di stimolo con l'obiettivo di rilanciare l'economia americana. L'American Recovery and Reinvestment Act, meglio conosciuto come «stimulus» - un imponente piano da 787 miliardi di dollari composto da tagli alle tasse e massicci investimenti in progetti di infrastrutture, estensione di benefici del welfare, educazione e sanità - è stato approvato il 13 febbraio, con i soli voti della maggioranza alla Camera e con il parere favorevole di solamente tre Repubblicani moderati al Senato. Un'approvazione in tempi strettissimi, data l'urgenza del provvedimento, che ha mandato a monte i piani - e le promesse - relativi alla creazione di un clima di «bipartisanship» e scelte condivise, come parte della nuova era politica che Obama avrebbe portato a Washington. A circa un mese di distanza, ancora non si è spenta la polemica sull'enorme spesa pubblica provocata dal piano presidenziale, un investimento senza precedenti che, prima e alquanto sofferta vittoria della nuova amministrazione, rappresenta un rischio politico di non trascurabile entità. Come dichiarato dallo stesso Obama, a evidenziare l'importanza della riuscita del piano, nel caso lo «stimulus» non avesse l'effetto desiderato, «gli americani tra quattro anni avranno un altro presidente».
Come parte della proposta di budget, l'amministrazione democratica ha quindi proposto misure addizionali per stabilizzare l'economia, tra le quali spiccano i 2-3 trilioni di dollari previsti per sconfiggere la recessione e porre le basi per la ripresa economica. Un programma alquanto discusso, in parte opposto anche da alcuni esponenti dell'ala moderata del Partito Democratico, che include un trilione di dollari per l'acquisto di asset tossici bancari, un trilione per espandere un programma di prestito federale al consumatore e 350 miliardi di dollari nel Troubled Assets Relief Program (programma governativo per acquistare asset da istituzioni per rafforzare il proprio settore finanziario). A questi si aggiungono 50 miliardi per rallentare l'onda di ipoteche sui mutui. Un budget fortemente criticato dall'esperto del New York Times Paul Krugman, vincitore di un premio Nobel per l'economia e che, secondo i calcoli dell'ufficio del bilancio del Congresso, porterebbe alla produzione di circa 9.3 trilioni di deficit nel prossimo decennio, ovvero una cifra quattro volte più grande dei deficit prodotti negli otto anni della tanto vituperata presidenza di George W. Bush. Qualche settimana or sono, il settimanale Newsweek titolava provocatoriamente «Siamo tutti socialisti ora?», riferendosi alla politica economica inaugurata da Obama. «Per molti versi la nostra economia già ricorda una economia Europea», si leggeva nell'articolo principale, «man mano che i boomers invecchiano e la spesa pubblica aumenta, diventeremo ancora più francesi». Un'eventualità che toglie il sonno ai conservatori fiscali - convinti che la riduzione del ruolo dello Stato e una minore pressione fiscale siano ancora la risposta alla crisi - ma che dimostra che in gioco vi sia molto di più delle sole chiavi della Casa Bianca in vista del 2012: legate ai risultati delle riforme economiche così fortemente volute dalla maggioranza di governo vi sono le sorti dell'antico dibattito sul ruolo dello Stato nei confronti del mondo economico, ma soprattutto quelle dell'economia statunitense e, di riflesso, mondiale. Una scommessa ad alto rischio che, in caso di fallimento, farebbe precipitare ulteriormente la già precaria situazione. Facendo quasi rimpiangere l'attuale crisi.
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