Ormai anche gli impresari di partito, perfino nel vecchio Pd, hanno capito che è definitivamente tramontata l'epoca dei politici di professione. I soliti volti fatti di chiacchiere fumose in politichese, ed appartenenti a personaggi che si erano iscritti alla segretaria del partito, come si diceva una volta, al compimento dei 14 anni, per poi seguire, conformandosi, tutte le tappe della coopotazione, hanno fatto il loro tempo. Lasciamo spazio a persone che vengono da altre esperienze e che garantiscono che, dopo un periodo di pubblico servizio, torneranno ai loro mondi. Come fanno negli altri paesi. Dove però chi decide di partecipare temporaneamente alla vita politica viene sì da altri mondi, ma ha una solida cultura politica e solidi interessi culturali e pubblici alle spalle.
Essere un politico di professione è spesso garanzia di una sola cosa: continuo e progressivo distacco dalla realtà, dal mondo reale. Fin qui la Grande Analisi che, grosso modo, non sarebbe neanche scorrerretta. E le soluzioni? Riempire le liste dei primi venuti, graditi naturalmente al «professionista» che le liste le fa. Curriculum dei candidati miracolati in lista, e loro eventuale interesse alla vita pubblica e alla pubblica amministrazione, del tutto secondari. Le cose più importanti sono: l'audience ed il gradimento da parte del politico che decide. Oppure, in altri casi, gettare in campo dei politici di lungo corso, apparentemente giovani, apparentemente persone comuni, ma in realtà in politica da tempo, come nel caso di Renzi a Firenze. Nasce così tutta una schiera di leaderini portatili, comodamente inseribili in tasche e taschini, da portare in giro ed esibire alla bisogna, quando si solleva la questione del partito vecchio, fatto di nomenklature, di apparati archeologici, privo di ricambio e di contatto col mondo. A questa obiezione, si può facilmente esibire il leadirino da tasca, il leaderino di pronta beva, espressione della società civile, e con la faccia da giovane, dicendo «ecco qua! noi ci abbiamo questo», ci abbiamo il «ggiovane» anche noi.
Alle politiche dell'anno scorso il Pd, per esempio, presentò una candidata che azzardò lo slogan: «Metto la mia inesperienza al vostro servizio». Ma che lo fai a fare, scusa? Perfino i più docili esperti in comunicazione del Pd si ribellarono, e la frangetta alla moda si agitò ansiosa. Il caso più paradigmatico e recente è però quello di tal Debora Serracchiani da Udine, che per aver riletto in una assemblea Pd, davanti al segretario Franceschini, un discorso già fatto in altra sede, che criticava il Pd e il segretario, si è guadagnata molti applausi e una «nomination» alle Europee, da lei prontamente accettata.
Certo, se il Pd cerca critici da candidare, non ha che guardarsi intorno. Con una eloquenza ciceroniana, obamiana quasi, trasparente e trascinante, la neocandidata Serracchiani ha fermamente sostenuto nel suo rivoluzionario discorso: «Io credo che sia mancata la leadership intesa come il mezzo per una linea politica di sintesi, una linea politica che pur nella più ampia discussione nella più approfondita mediazione che è necessaria in un partito grande come il nostro però, alla fine, deve arrivare alla sintesi e la sintesi è mancata». Più chiaro di così. E, a queste illuminate parole, parole che segnano, Franceschini ha borbottato ai suoi vicini: «Ma questa chi è??». Parlando di un momento di confusione, sicuramente per motivi di scena, per creare attesa, la Serracchiani ha introdotto dunque la Grande Domanda: «E quindi io chiedo al segretario di dirci convintamente che questo cambiamento che noi abbiamo avvertito da quando ha dato le dimissioni Walter Veltroni non è la paura perché abbiamo toccato il fondo ma è una strategia, abbiamo cambiato strategia, abbiamo una linea politica di sintesi, questo io chiedo al mio segretario». Ha proseguito bacchettando un po' Di Pietro, che sta mietendo voti nei granai dl Pd: «Io l'ho detto più volte a Udine: la differenza tra noi e l'Italia dei Valori sta nel fatto che noi parliamo in tanti e iniziamo sempre i nostri discorsi con "Io", loro aprono i discorsi solo in due modi: "Berlusconi ha detto", "L'Italia dei Valori dice"». E ha concluso coraggiosamente e con grande originalità: «E dico, segretario, che non ci riconosceremo in un partito che non capisca quanto sia importante tornare a parlare agli italiani con una voce sola. Questo noi lo pretendiamo!!!». Tutta questa rivoluzione concettuale in soli 12 minuti...Pensate...
Quindi ora c'è questa schiera di leaderini, questa castina, che marcia compatta verso la presa del Palazzo d'Inverno. Di Pietro ha presentato le 8 donne che candida l'IdV, tutte «professioniste di successo», scelte dall'IdV tra 200 candidate sulla base dei loro currucola inviati al partito. Interesse delle candidate per la vita pubblica? Boh. Per la pubblica amministrazione? Letture? Insomma, sotto la solita regia si sta passando, almeno ai piani bassi, dal più radicato professionismo politico alle giostre degli extrapolitici, dal politichese citazionistico più stretto all'italiano di strada più sbracato, dalle letture di austromarxismo alle collezioni di «Elle», a sardane di candidati che fanno i PR, giocano a pallanuoto, hanno vinto il torneo nazionale di biliardino, dicono quattro banalità critiche con forme linguistiche sotto standard, insomma una sorta di «Grande Fratello» degli extrapolitici. Nella speranza che il cittadino elettore, ormai stremato, si convinca alla fine che vota non per il solito figlio dei corridoi di partito, ma per uno come lui, uno stanco della politica di professione, stanco delle parole vuote come lui, forse solo un po' più famoso. Basta pensare che per le Europee, in Toscana, il Pd candida Alessandra Sensini, campionessa di surf ormai vicina al pensionamento dalle onde. Anche per lei: conoscenza del paese? dei problemi? interesse per la vita pubblica? Letture?...
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