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Numero 316
del 26/05/2009
La svolta di Brunetta PDF Stampa E-mail
! di Alessandro Fonti
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sabato 23 maggio 2009

La recente approvazione in Consiglio dei Ministri del decreto legge «sui fannulloni», facente seguito alla legge delega sull'ottimizzazione della produttività nel lavoro pubblico (approvata in febbraio), ha dato adito a nuove ed innumerevoli lamentele, quanto meno ingenerose, nei confronti di un Ministro, Renato Brunetta, che si sta prodigando per innalzare la nomea degli impiegati dell'amministrazione pubblica, lasciando un'impronta profonda nell'organizzazione dello Stato.

Le riforme della Pubblica Amministrazione portate avanti durante gli anni '90 hanno dimostrato di avere dei limiti: non hanno mai messo mano a quello che gli impiegati pubblici e i cittadini possono offrire all'amministrazione. Non si è mai affrontato apertamente, insomma, il tema della valutazione e della responsabilizzazione del dipendente pubblico. In sostanza, sino ad ora, si era cercato, con risultati scarsi, di snellire il procedimento amministrativo, in applicazione del principio di sussidiarietà,  di istituire il ruolo unico del personale pubblico, con vantaggi per la mobilità dei dipendenti, e di riorganizzare gli assetti ministeriali a monte, indicando un numero massimo di Ministeri con portafoglio e di Agenzie indipendenti,  intervendo quindi su quegli aspetti che l'amministrazione poteva offrire ai cittadini e agli impiegati pubblici.

Il Ministro Bunetta ha avuto sino adesso e, presumibilmente, continuerà ad averlo, il merito di intervenire quindi in un ambito dove, chi lo ha preceduto, è sempre stato restio a metter mano: negli aspetti legati alla base, e non più ai vertici, dell'amministrazione. La P.A., cosa già evidente negli anni '90 (Sabino Cassese disse in quegli anni: «L'interesse pubblico comincia a diventare l'interesse del pubblico»), doveva e deve fare i conti, nello svolgimento della sua azione, con le esigenze del cittadino, esigenze di informazione, di partecipazione, di garanzia. Per ottenere questo risultato è bene quindi che funzioni ai vertici, ma soprattutto funzioni alla base. Tutto questo attraverso un processo di responsabilizzazione e controllo di colui che opera pagato da denaro pubblico. Sulla base di questa esigenza il ministro Brunetta ha dato il via ad un'operazione trasparenza sia per quanto riguarda le assenze (il decreto è già in vigore dallo scorso anno), sia per le retribuzioni e dei curricula dei dirigenti e di coloro che lavorano a stretto contatto con il potere politico (gli uffici di staff, in itinere). In base alla riforma avviata dal ministro gli stipendi sono ripartiti in più parti, l'una fissa e l'altra variabile: quest'ultima sarà legata ad obiettivi ben precisi, un po' come già dovrebbe funzionare per i dirigenti o come ora avviene in alcuni enti pubblici non economici, dove, a seconda degli obiettivi che l'ente ha raggiunto, viene erogato un premio di produzione, che assume il valore, più o meno, di una quattordicesima mensilità.

Ecco quindi in quale contesto si inseriscono le proposte dell'attuale Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'innovazione (ex Funzione Pubblica). Ed ecco dove era bene intervenire già da tempo, in un meccanismo di contrattazione, ma allo stesso tempo di rottura, con alcuni sindacati che, ancorati ad impostazioni garantistiche, hanno difficoltà ad ammettere che il futuro del nostro Paese è strettamente legato alla flessibilità lavorativa, e dunque alla necessità di superare l'impossibilità per lo Stato di licenziare o sanzionare chi non risponde alla nobile funzione di servizio pubblico.

 

 




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