L'autocandidatura di Franceschini è la sconfessione plateale delle sue stesse premesse e promesse. All'Assemblea nazionale che lo aveva eletto come segretario pro tempore, Franceschini promise che il suo compito si sarebbe esaurito il giorno in cui sarebbe iniziato il congresso. Così non sarà, perché Dario vuole estendere il suo mandato e sbarazzarsi una volta per tutte dell'alone di precariato politico che lo circonda. E' una strategia di stabilizzazione personale che però muove contro gli interessi del Pd. Oltre a questa situazione biografica, l'autocandidatura di Franceschini è un'autocontraddizione perché così ritorna la stagione infausta delle guerre civili all'interno del centrosinistra. Dario il giovane, che ambisce a sedurre il consenso dei giovani del Pd, quelli tutto internet e rottura col passato, ha già raccolto la sponsorizzazione di Veltroni, anche se il sostegno di un perdente non fa bene a chi cerca la vittoria, e del circolo dei nostalgici del cattolicesimo democratico - tornati di moda alle amministrative dopo un decennio di naftalina post-Tangentopoli.
Con queste due laceranti contraddizioni, che smentiscono tutta la politica franceschiniana, Dario da Ferrara ci prova, a fare il colpo gobbo e sbancare il congresso o le primarie. Voleva essere il segretario dell'unità, quella del partito, non del quotidiano. Ma la sua autocandidatura prelude alla restaurazione dei vecchi congressi del tempo che fu, con minuziosa conta delle tessere, dei delegati, dei voti sulle mozioni. Divisi come prima. Purtroppo divisi sul potere e non sulle idee, sui progetti. E' difficile capire se sia più importante eleggere un nuovo segretario o ridare vita al Pd. Ma soprattutto: perchè la corsa al potere procede sempre in senso contrario rispetto alle aspettative degli elettori e ai bisogni del partito? Per mesi Dario ha suonato una riscossa basata sulla rottura col passato; niente notabili, niente lottizzazioni, niente tatticismi politici e niente alleanze spregiudicate. Bene. Allora perchè adesso Franceschini abbraccia tutto ciò che finora ha combattuto?
Per vincere un congresso con D'Alema nemico e Prodi ostile la patina da giovanotto cattolicamente serio di Dario si scioglierà come neve al sole d'agosto. Se la spunterà, sarà un nuovo Dario, molto più scafato di quello attuale. Dovrà governare un partito dove i grandi della sinistra ex Ds sono usciti sconfitti - quindi l'intera classe dirigente dei governi di centrosinistra. Ma non si può mandare in pensionamento anticipato Bersani, D'Alema, Prodi, Bindi con una pacca sulla spalla. E allora? Per evitare la perdita della vecchia classe dirigente bisogna inventarsi uno spazio comune dove convivere insieme, senza però ricorrere ai vecchi metodi di spartizione del potere e conseguente creazione di correnti interne. Altrimenti si passa dal correntone che faceva concorrenza all'interno dei Ds alla correntina post-diessina che rema contro Franceschini. Ma è difficile capire cosa sia peggio tra un Franceschini vincente ma consumato dalle lotte interne o un Bersani trionfante che resuscita D'Alema e i vecchi boiardi di partito.
Il bello di Franceschini era proprio tutto quello che adesso non è più: cioè una parentesi. Il segretario ha dato fuoco alla sua parlantina romagnola, spesso perdendo il controllo della propria lingua quando sarebbe stato meglio tacere. Ha alzato la voce, ha manifestato con gli operai, ma ha silenziosamente corteggiato l'Udc; ha fatto dimenticare Veltroni ma non poteva neutralizzare D'Alema. Ha fatto tutto quello che chiunque avrebbe fatto per rianimare un partito in agonia. Perciò gli è stata concessa tanta autonomia. Se avesse sbagliato, avrebbe sbagliato solo lui. Ma ora che può dirsi soddisfatto, tutti sono pronti a scippargli i meriti. Questo stato di cose ha indotto Franceschini ad una mossa troppo ardita: prolungare il suo periodo di eccezione trasformandolo in normalità. Da segretario d'emergenza a segretario di tutti i giorni, col benestare di tutti e senza distribuire qualche fetta di potere. Così è un po' troppo per la mentalità di un partito nato dalle ceneri, mai spente, del partito comunista e da un partito democristiano ancora vivo negli uomini e nelle idee.
Il congresso sarà un duello a più riprese, che paradossalmente potrà più indebolire che rafforzare il Pd perchè è adesso che riaffiorano gli antagonismi che solo il rischio dell'estinzione precoce aveva silenziato. Sarà anche una partita disputata da due romagnoli, Bersani e Franceschini. Ma lambrusco e tortellini non basteranno a saziare la loro fame di potere e non basteranno neppure a risolvere i problemi del Pd.
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