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Numero 320
del 27/06/2009
Pdl: l'unica possibilità di governo per l'Italia PDF Stampa E-mail
! di Aurora Franceschelli
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giovedì 25 giugno 2009

Mentre un'ormai esigua minoranza del Paese, quella che predilige il gossip e che non riesce a liberarsi della morsa mortale dell'antiberlusconismo, è immersa in una guerra senza esclusione di colpi, che vede il Partito democratico oscillare come un pendolo tra correnti alla ricerca di una vera anima politica, il Pdl, durante il suo consiglio direttivo, rimarca le linee già tracciate in occasione del suo primo congresso, quello che si tenne a marzo 2009. Se da una parte il Pd continua ad arroccarsi nel suo approccio autoreferenziale, in cui la conflittualità interna sembra essere l'unico motore, a corto di benzina, che ancora gli consente di trascinarsi, ingolfandosi continuamente, nell'agone della politica, dall'altra vi è un partito che, se inizialmente nacque da un'intuizione del suo fondatore, Silvio Berlusconi, ha da subito dimostrazione di saper cogliere l' idem sentire del popolo italiano, ha saputo toccare le corde più profonde dei suoi cittadini, che chiedevano uno Stato presente sul territorio, capace di difendere diritti quali la sicurezza sia civile che sociale e di avviare un processo di riforme del Paese. 

Nella società globalizzata quelle che una volta erano le idee cardine della sinistra, ad esempio il progetto di uno Stato sociale fondato sul principio redistributivo - identificato come la panacea di tutti i mali - sono svanite, e si sono svaporate ulteriormente in concomitanza con la dinamica di graduale assottigliamento delle ricchezze nazionali. In sostanza la sinistra non ha saputo cogliere la necessità di rivedere dal profondo una cultura politica che piano piano si è svuotata di contenuto, perché sganciata da una realtà ormai mutata, una realtà che non andava letta più a compartimenti stagni, secondo la lente della società delle classi. Di fronte ad un vuoto di identità profondo, in cui essa non è stata più in grado di proporre ricette politiche e sociali capaci di soddisfare il suo elettorato tradizionale, la sinistra nostrana si è avviluppata su se stessa, concentrandosi sulle litigiosità interne. I dibattiti interni al partito, anche quelli che si stanno sviluppano ora che si è aperta la corsa al Congresso, non sembrano toccare le corde di un vero rinnovamento, ma sono diretti esclusivamente alla lotta per le poltrone.

Il popolo, anche quello che tradizionalmente si affidava agli eredi di Berlinguer, ha deciso, affidando le chiavi del Paese al centrodestra, di abbracciare un moderno progetto di Italia: un'Italia inserita nel contesto internazionale, capace di coltivare relazioni diplomatiche a vasto raggio per rilanciare nel mondo non solo l'appeal del marchio Made in Italy, ma per traghettare il Belpaese in una posizione di primo piano nello scacchiere internazionale, in un ruolo di stimolo costruttivo all'interno del quadro di revisione della governance economico-finanziaria attualmente allo studio. I cittadini italiani hanno espresso, con queste ultime consultazioni elettorali, la volontà di affidarsi, anche a livello territoriale, ad un modello di amministrazione che sia depurato dalle incrostazioni anacronistiche che negli anni avevano portato le posizioni di rendita a costituire un freno alla vivacità del territorio. Hanno scelto, dunque, la via di uno sviluppo più virtuoso, non avvelenato da logiche lobbistiche.

In un contesto in cui la geografia politica italiana è ad appannaggio della coalizione di centrodestra non si può non mettere il rilievo il profondo significato delle ultime elezioni. Come recita il documento approvato all'unanimità dalla direzione del partito: «Lo straordinario risultato conseguito dal Pdl nelle elezioni amministrative, al primo e secondo turno, caratterizza il Popolo della libertà come l'unica forza politica veramente nazionale». Questa era anche la connotazione che Gianni Baget Bozzo, quando definiva il Popolo della Libertà, teneva a rimarcare. La fiducia nella Nazione, nel Sistema Italia, era uno dei principi cardine su cui, secondo don Gianni, si sarebbe fondata la cultura politica del nuovo partito. Un partito che, attraverso la «forza» dello Stato nazione, si propone di coniugare in un'amalgama omogenea la politica, la società e l'economia, senza che l'una abbia il sopravvento sull'altra. Come si dichiara nel comunicato finale del direttivo del Pdl, il partito si propone di continuare sulla strada intrapresa, che è anche quella indicata dagli elettori in occasione del voto, ossia quella di «andare avanti lungo la strada della modernizzazione del Paese attraverso la riforma della giustizia, attraverso le riforme dello stato sociale indicate nel "libro bianco", quelle della pubblica amministrazione e del federalismo fiscale, dell'università e della scuola». La strada indicata dal popolo italiano, dunque, prosegue.




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