Ogni giorno miliardi di informazioni viaggiano da un capo all'altro del mondo. Cellulari, telefoni fissi, fax, internet, Skype e posta elettronica generano un colossale flusso informazionale. Flusso che, va da sé, si presenta come estremamente eterogeneo: transazioni commerciali, comunicazioni di lavoro, chiacchiere spicciole tra amici, parenti e coniugi geograficamente lontani (o pigri...). Come ben sappiamo, giacché è un meccanismo che apprendiamo sin dai primi anni di vita, a seconda del tipo di comunicazione e del contesto al quale fa riferimento la medesima, tutti adottiamo di volta in volta un codice diverso che deriva dalle comuni esperienze, dal livello di cultura medio, dal grado di intimità che connota il rapporto con l'interlocutore. Decontestualizzare frammenti di tali comunicazioni, isolarli e ritagliarli quindi al di fuori della situazione nella quale si sono inizialmente originate genera nella maggior parte dei casi equivoci o, addirittura, pericolosi fraintendimenti. Soprattutto nel caso in cui l'occasionale terzo ascoltatore o difetti della conoscenza specifica del contesto interlocutorio o si sia coscientemente prefissato lo scopo di inguaiare gli ignari «intercettati».
Facciamo qualche esempio per chiarire meglio il concetto. Esiste un gioco di carte collezionabili chiamato «Magic: The Gathering», al quale ogni giorno giocano milioni di appassionati in tutto il mondo. Scopo del gioco, del quale vengono organizzati tornei milionari ogni anno, sconfiggere il proprio avversario attraverso l'uso di incantesimi rappresentati dalle carte, molte delle quali hanno un valore numismatico notevole. Uso e costume vogliono che i giocatori si scambino consigli e strategie per migliorare l'efficacia del proprio mazzo. Si tratta di un tipo di comunicazione che, ovviamente, prevede un codice specifico, intelligibile solo per quanti abbiano una conoscenza più o meno approfondita delle meccaniche di gioco.
Proviamo a simulare una conversazione tra due giocatori: «Ciao M. volevo dirti che ho migliorato il mio "mazzo macina" e che la prossima volta non la spunterai tanto facilmente». Risponde M.: «Guarda, puoi tirartela quanto vuoi, ma il mio "mazzo sciame" non teme rivali. Ora poi che ho aggiunto una "griglia" e due "mox"... certo, sapessi quanto mi sono costati... ma ne valeva la pena... i 500 euro che ho speso meglio in vita mia». Riprende il primo interlocutore: «Mmmm... va beh... magari ci accordiamo e facciamo fare "il pollo" a S.... crede ancora che abbia senso un mazzo con due "Draghi di Shivan"... nel tempo che perde a "tappare" le terre necessarie all'evocazione anche una burba gli asciugherebbe metà "PV"». Conclude M.: «Non è una cattiva idea... pensiamoci su... del resto devo dire che il suo "duplicatore" mi fa gola... farei qualunque cosa pur di soffiarglielo... OK. Vada così. Ci vediamo al... solito posto... e porta..."il Barone", mi raccomando».
Immaginiamo ora che un solerte intercettore capti frammenti di questa ipotetica (ma realistica, per quanto ridicola) conversazione. Non è difficile pensare che il tipo di codice usato dagli interlocutori metta in allarme l'ascoltatore: si fa riferimento a non insignificanti somme di denaro, si nominano oggetti assolutamente sconosciuti alla maggioranza dei consociati, si parla in maniera più o meno velata di un «accordo di cartello» per truffare bonariamente un soggetto terzo e in ultimo c'è pure un poco rassicurante riferimento ad un inquietante «Barone». Da qui a montare una bella indagine per riciclaggio, truffa, eventuale evasione fiscale o, addirittura, traffico di sostanze illecite (che diavolo mai saranno questi «mox»? Un nuovo tipo di sballo psicotropo da discoteca?). Ora, risulta evidente che i nostri incauti giocatori difficilmente saranno imputati di qualcosa, ma è lecito supporre che la macchina delle indagini si metta inesorabilmente in moto con conseguente dispendio di risorse, sottoponendo due innocenti ad un ingiustificato controllo.
Facciamo un altro esempio assai vicino nel tempo e riferito alla nostra realtà politica: la famosa ed infausta frase pronunciata da Piero Fassino ai tempi della scalata Unipol. «Abbiamo una banca!». Oggi sappiamo che nulla di illegittimo o di penalmente rilevante era riscontrabile nella frase in sé, eppure da quella maldestra affermazione si scatenò un putiferio che nei fatti sancì l'inizio della fine per gli ultimi residui della sinistra italiana. Cosa intendeva dire Fassino con quella frase, giacché di mestiere non ha mai fatto né il banchiere né il finanziere d'assalto? Voleva forse dire che materialmente era entrato in possesso di una banca? «Abbiamo» cosa significava? Quella prima persona plurale indicava il suo partito, la sua coalizione, il gruppo di amici dell'estate a Capalbio? Alla prova dei fatti, nonostante il «pericolo morale» denunciato da Arturo Parisi, nulla emerse a carico di Fassino... ma ormai il danno era fatto.
Andiamo ancora indietro nel tempo e ricordiamo la frase estrapolata da una inquietante conversazione, intercettata e verbalizzata, avvenuta tra il faccendiere Pacini Battaglia e l'avvocato Lucibello: «Di Pietro... mi ha sbancato». Brivido, terrore e raccapriccio: che cosa mai avrà voluto dire Pacini Battaglia? A che pro l'avvocato Lucibello tentò una excusatio non petita in conferenza stampa che peggiorò ulteriormente la situazione, dichiarando che il Battaglia in realtà aveva detto: «Di Pietro... mi ha sbiancato»? Stiamo forse parlando di un detersivo perborato o di un magistrato?
E gli esempi potrebbero continuare all'infinito: da un commerciante che chiede «un lordo della solita roba» (ovvero 144 unità di un prodotto) a due medici che discutono sulla maggior o minor validità di un nuovo oppiaceo, da parenti che si accapigliano per complesse questioni di eredità a fidanzati che parlano secondo l'ermetico codice delle passioni amorose.
Ora, nessuno vuole mettere in discussione il valore effettivo che le intercettazioni telefoniche o ambientali possano eventualmente rivestire nell'ambito di complesse indagini che riguardano gravi reati, ma non possiamo neppure dimenticare che noi siamo il paese talmente vittima della retorica giustizialista da aver inventato un reato assurdo e penalmente aberrante quale il «concorso esterno in associazione mafiosa». Siamo il paese nel quale circa vent'anni fa un pretore d'assalto ordinò il sequestro e il ritiro dal mercato dell'ottimo «Galletto Vallespluga», sostenendo che, giuridicamente, non esisteva nessuna razza avicola rispondente al nomen di «Galletto Vallespluga».
Siamo il paese ove le pur doverose indagini a raffica in seguito al terremoto d'Abruzzo rischiano di ritardare ed inficiare l'ancor più doverosa opera di ricostruzione. Siamo il paese ove il leader di un partito di opposizione, lo «sbiancatore» per capirci, si paga una pagina intera dell'Herald Tribune per invocare in lacrime (di coccodrillo) l'aiuto della comunità internazionale «affinché eserciti la necessaria pressione per assicurare che i principi della libertà democratica e di indipendenza della Corte Costituzionale siano sostenuti al fine di impedire che la democrazia in Italia si trasformi in una dittatura di Stato».
Mi spiace, ma per quanto ci riguarda è liberticida chi pretende di infilare un insinuante orecchio perennemente in ascolto nelle nostre case, nei nostri letti, nei nostri vespasiani, nei nostri luoghi di lavoro. Oltre 350.000 intercettati ogni anno non rappresentano più una questione di politica giudiziaria, ma una questione politica tout court, la cui soluzione era ed è impellente, al fine di tutelare dall'abuso e dalla vessazione centinaia di migliaia di cittadini innocenti.
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