Ora che abbiamo il gasdotto non ci resta che cercare il gas. Sembrerebbe una battuta da cabaret, ma è in sostanza quello che risulta dalla firma il 13 luglio ad Ankara, in Turchia, del tanto atteso accordo fra i paesi di transito del progettato gasdotto Nabucco (Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria).
Questa immensa opera, lunga 3300 chilometri e che costerà 7,9 miliardi di euro (di cui i 25% sarà pagato dalla Banca Europea di investimenti), partirà da Erzurum, nella Turchia orientale, vicino ad Iran e Armenia, e porterà il gas fino a Vienna, passando per Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria.
Il Nabucco, secondo i suoi fautori, consentirà all’Europa di aggirare l’Ucraina, paese di transito inaffidabile, e di diversificare le fonti di approvvigionamento del Gas, scongiurando il rischio di dipendenza dalla Russia. Fino a qui il tutto sembrerebbe avere una logica nell’ottica di una diversificazione delle fonti e delle rotte di transito, se non fosse che non si capisce ancora con quale gas verrà riempito, un particolare di non poca importanza trattandosi di un gasdotto.
L’ «oro blu» (come viene chiamato il gas naturale) dovrebbe essere fornito da Azerbaijan e Turkmenistan, anche se gli stessi paesi non hanno dato assicurazioni in merito e tengono aperta la porta anche per altre rotte di esportazione (Russia e Cina); altri fornitori alternativi potrebbero essere l’Iran e l’Iraq, anche se non è chiaro come questi due paesi, l’uno in rotta con l’Occidente, l’altro ancora da stabilizzare, potranno essere integrati in un progetto favorito, fra gli altri, proprio dagli Stati Uniti.
Il progetto Nabucco è stato letto da molti analisti internazionali come un tentativo di aggirare la Russia e di escluderla dalla «rotta meridionale» dei gasdotti europei, un esclusione che a Mosca viene letta come un tentativo di isolarla geopoliticamente dall’Europa. Paradossalmente, però, l’incognita dell’approvvigionamento di gas per il Nabucco potrebbe aprire le porte per un ingresso nel progetto proprio della Russia, l’iniziale «grande esclusa» dell’opera; a spingere per un ingresso di Mosca nel progetto è la Turchia, paese che ha tutti gli interessi nel mantenere buoni rapporti politici ed economici con la Federazione.
In questo contesto confuso sorgono almeno tre interrogativi: l’impatto sulla sicurezza energetica europea, le conseguenze che questo accordo ha per l’Italia e le sue implicazioni geopolitiche. Il Nabucco è stato creato per «alleggerire» la dipendenza europea dal gas russo, ma non è chiaro quanto sia preferibile la dipendenza dal gas proveniente da aree di crisi come il Medio Oriente, ne è chiaro quanto possa essere sicuro un gasdotto che dovrebbe passare in aree soggette a guerriglie etno-separtiste, come è il caso delle zone kurde irachene e iraniane.
Il principale «concorrente» del Nabucco inoltre è proprio il progetto Italo-Russo South Stream, al quale partecipa la nostra ENI; è chiaro che, nonostante le rassicurazioni dei partigiani del Nabucco, secondo i quali i due progetti non sono concorrenti, ci potrebbe essere un pregiudizio nei confronti degli interessi economici italiani.
In ultima non è da trascurare il generale impatto geopolitico che potrebbe avere il progetto, che vedrebbe un Europa già debole dipendere energeticamente, e in prospettiva anche politicamente, dall’instabile Medio Oriente; da parte sua la Russia, se isolata dai giochi energetici non starebbe con le mani in mano e rafforzerebbe la partnership energetica e politica con la Cina. In breve, e magari semplificando un po’, le ossessioni della dipendenza dal gas russo (quando anche la Russia dipende economicamente dai mercati europei) rischiano di legare il nostro continente all’ «arco di crisi» mediorientale e di regalare le risorse russe ai cinesi e agli asiatici, il tutto danneggiando anche gli interessi economici italiani.
|