Analizzando il disegno di legge di riforma del sistema universitario, salta all'occhio subito un elemento: siamo di fronte ad un nuovo concetto di uguaglianza. L'uguaglianza nel senso più liberale, che consiste nel concedere agli individui gli stessi strumenti iniziali per poter competere. Finora, infatti, nell'università italiana vigeva un vero e proprio criterio distorto delle pari dignità, che esistevano soltanto se collocate all'interno di lobbies e gruppi di potere di ispirazione culturale o politica. Finora, più che la competenza, a scegliere chi ce la poteva fare o meno è stata l'appartenenza ai salotti buoni, quelli che contano. Questo non è valso solo per gli studenti, ma anche per tutti coloro che avessero un progetto di ricerca da sottoporre e portare avanti. I risultati - è inutile ripeterlo - sono sotto gli occhi di tutti.
Il governo Berlusconi ha voluto spazzare via questo sistema, a partire dai baroni, che ne detengono i fili. Nel nostro paese, credere che il «barone» si identifichi esclusivamente con una persona fisica è limitativo. Il baronato è un modo di agire, è l'essere manager del proprio potere, a scapito degli studenti, i quali, su quelle competenze che dovrebbero ricevere, scommettono il proprio futuro, e delle famiglie che stanno sugli spalti a fare il tifo per i propri figli e mettono le mani al portafoglio. Per questo, aver vincolato la docenza allo svolgimento di un numero minimo di ore annue impiegate per attività accademica (1.500, di cui 350 per l'insegnamento e i servizi agli studenti) è un'iniezione di serietà. Come, allo stesso modo, lo è aver istituito organismi di valutazione per gli atenei, che avranno il compito di vigilare sull'attività svolta e sulla qualità del servizio offerto. Giudicare il giudice non è un tabù, ma un principio democratico.
Infine, il limite massimo complessivo al mandato dei rettori, 8 anni. E' un punto chiave che rappresenta una barriera contro quei potentati che finora non è stato possibile sradicare. I rettori sono diventati i demiurghi del peggior clientelismo, fondato il più delle volte sulla parentela. E, soprattutto, le università avranno margini di manovra molto ampi per sviluppare strategie davvero competitive, e sono previste anche delle aggregazioni o fusioni tra i vari atenei, per razionalizzare i costi senza de-qualificare la didattica. Per la prima volta, così, si supera il concetto di università come ammortizzatore sociale, che in tutti questi anni ha portato alla proliferazione delle cattedre con un aggravio di costi insostenibile.
Nel suo libro Meritocrazia, Roger Abravanel riporta l'equazione di Young che spiega come arrivare al miglior rendimento, sommando l'intelligenza (cognitiva ed emotiva) e lo sforzo. Sono due addendi, ovviamente, che non possono prescindere dall'educazione che si riceve. L'intelligenza, infatti, non è - come vuole una certa vulgata - solo un dono che cala impacchettato dall'alto, ma è soprattutto un insieme di abilità che possono essere valorizzate in un ambiente didattico che stimola la partecipazione e la sana competizione. Lo sforzo, l'impegno, non è null'altro che un valore da acquisire nel tempo, attraverso la convivenza con solidi punti di riferimento. Per questo, non è demagogia sostenere che il punto fondamentale per ripartire non sono tanto i «programmi», ma le persone che vivono l'università. Gli studenti, ma anche i docenti. Il codice etico per le assegnazioni di cattedra, previsto nel provvedimento, aiuta a raggiungere questo obiettivo. Che, anche nella politica universitaria, è lo stesso che fa da corollario all'intera attività di governo: «People first», la persona innanzitutto.
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