L'11 luglio il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha pronunciato ad Accra, Ghana, un discorso che di sicuro non era quello che la maggior parte dei leader africani avrebbe voluto ascoltare. Obama aveva appena lasciato il G8 de L'Aquila, dove le maggiori economie mondiali si sono impegnate per un nuovo finanziamento in favore dell'Africa del valore di 20 miliardi di dollari. Nelle settimane precedenti al summit il mondo del volontariato, sostenuto dalle componenti antioccidentali della società civile e politica internazionale, aveva sollecitato queste e altre misure insistendo sul fatto che l'Occidente ha immense responsabilità antiche e recenti nei confronti delle popolazioni più povere del pianeta, depredate per secoli delle loro risorse umane e naturali con la tratta atlantica degli schiavi e con la colonizzazione europea e ora minacciate dalla crisi finanziaria e dal global warming: due fenomeni - così si sostiene - di cui l'Africa non ha colpa, ma per i quali paga il prezzo più alto. In aggiunta, sempre secondo questa visione dei fatti, lo sfruttamento del continente da parte occidentale continua, determinando una scarsità crescente di risorse che a sua volta si traduce in un moltiplicarsi di conflitti civili dalle conseguenze devastanti. Persino della mancanza d'acqua pare debba farsi carico l'Occidente: come se fosse colpa sua l'incapacità di amministrare e far fruttare le risorse idriche in Africa o addirittura fosse l'ampio uso di acqua nei paesi industrializzati a determinarne la scarsità altrove.
Ma nel discorso del presidente USA di questi argomenti non c'è neanche l'ombra. La povertà in Africa - ha detto Obama senza giri di parole - è la conseguenza del malgoverno, della corruzione, del tribalismo: la responsabilità ricade sui governi instauratisi dopo le indipendenze. Ad esempio ha portato il Kenya, la patria di suo padre: nell'anno di nascita di Obama, il 1961, quando ancora era colonia britannica, il paese vantava un PIL pro capite maggiore della Corea del Sud: adesso quello del Kenya, al 148esimo posto nell'Indice dello sviluppo umano, è di 1.240 dollari, mentre quello della Corea del Sud, al 26esimo posto, è salito a 22.029 dollari. L'Occidente - ha affermato Obama - non ha colpa della bancarotta dello Zimbabwe, delle guerre in cui si fanno combattere i bambini e delle altre piaghe che oggi affliggono l'Africa: «Nessun paese può creare ricchezza se i suoi leader sfruttano l'economia per arricchirsi. Nessun imprenditore vuole investire in un paese il cui governo fa su tutto una cresta del 20%. Nessuno ha voglia di vivere in un paese in cui regnano ferocia e corruzione. Questa non è democrazia, ma tirannia anche se qualche volta si va a votare. E tutto questo deve finire».
«Voglio vedervi non soltanto autosufficienti dal punto di vista alimentare - ha concluso rivolgendosi agli abitanti del Ghana - voglio vedervi esportare cibo in altri Stati e guadagnare denaro. Lo potete fare!». Difatti i 3,5 miliardi di dollari stanziati dal governo USA per combattere la fame serviranno a fornire all'Africa nuove tecnologie e nuovi metodi di coltivazione che mettano in grado gli agricoltori di produrre di più. Ma come indurre i leader africani attuali e futuri a governare nell'interesse del bene collettivo? Come impedire che continuino ad arricchirsi sfruttando le risorse nazionali e prelevando il 20% sugli utili di chi lavora, inclusi quelli, si spera crescenti grazie agli aiuti internazionali, degli agricoltori? Questo Obama non l'ha spiegato e in effetti, come già si è capito a L'Aquila, qui sta il punto debole delle strategie contro la povertà.
Il presidente Obama aveva appena lasciato il suolo africano quando, ad esempio, una violenta rissa è scoppiata proprio in Zimbabwe tra i 4.000 delegati di partito riuniti nella capitale Harare per redigere la bozza di una nuova Costituzione che dovrà essere pronta in tempo per regolare le elezioni dell'agosto 2010: la conferenza è stata addirittura sospesa e per dividere i contendenti è stato necessario l'intervento della polizia. Nei mesi precedenti le massime cariche dello Stato avevano fatto il giro delle capitali occidentali chiedendo miliardi per la ricostruzione. Ma il governo di unità nazionale nega che la «riforma agraria», vale a dire l'esproprio delle fattorie che fino al 2000 producevano per il mercato interno ed estero, sia all'origine della crisi economica del paese. Ora i terreni un tempo coltivati sono incolti o utilizzati per scarsi raccolti di sussistenza. A essere coerenti, i donatori occidentali avrebbero dovuto subordinare l'erogazione di nuovi aiuti alla riattivazione di almeno una delle fattorie distrutte, a dimostrazione dell'esistenza di un ben concepito piano di politica economica. Invece Usa ed Europa hanno già stanziato 350 milioni di euro. D'altra parte la Cina ne ha offerti 680.
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