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Numero 324
del 23/07/2009
Iran. Torna a farsi sentire la protesta PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
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sabato 18 luglio 2009

Torna a farsi sentire la protesta in Iran. Ancora una volta decine di migliaia di manifestanti si sono riuniti per ascoltare la voce dei leader riformisti e protestare contro il presidente e la guida suprema, accusati di aver tradito la volontà popolare. D'altra parte, l'occasione era di quelle cui non si può rinunciare. In Iran la preghiera del venerdì è un appuntamento molto importante, nel quale tradizionalmente si uniscono religione e politica, e che viene trasmesso in diretta alla radio ed alla televisione. Anche per questo non è stato possibile per il governo bloccare l'assembramento di persone all'università di Teheran, dove si svolge abitualmente la preghiera (da registrare però il grave arresto di Shadi Sadr, avvocato noto per il suo impegno in difesa dei diritti delle donne, avvenuto proprio mentre si stava recando all'università).

A parlare, per la prima volta dopo le elezioni, è stato l'ex presidente Ali Akbar Ashemi Rafsanjani, che ha puntato il dito contro il contestato risultato elettorale del 12 giugno scorso e la gestione degli scontri di piazza che da allora si sono susseguiti. «Un gran numero di iraniani ha manifestato dubbi riguardo alle elezioni, dovremo lavorare per fugarli», ha detto Rafsanjani, che ha anche accusato il Consiglio dei Guardiani di non avere usato «nel modo migliore possibile» il tempo messogli a disposizione dalla guida suprema, Khamenei, per esaminare i ricorsi dei candidati (il Consiglio si era limitato a ricontare il 10% delle schede elettorali, scelte a caso, ndr). «Tutto si basa sul voto nella nostra Repubblica. Senza il voto della gente non si può andare avanti», ha insistito Rafsanjani, davanti ad una platea composta, oltre che da decine di migliaia di sostenitori, anche dai maggiori leader riformisti, da Mir Hussein Moussavi, che non si vedeva in pubblico da settimane ormai, a Mohammad Khatami, da Mehdi Karroubi a Moshen Rezai.

Pur non nominando mai né il presidente Ahmadinejad, né il Rahbar Khamenei, il discorso di Rafsanjani era chiaramente diretto a contestare l'autorità dell'attuale guida suprema, in una lotta ormai tutta interna al clero sciita. Per questo Rafsanjani è stato come sempre molto attento a non mettere in discussione le basi della Repubblica islamica, e se da una parte ha invitato il governo a rilasciare i detenuti arrestati nelle scorse settimane e a garantire che la gente possa esprimere liberamente le proprie opinioni, parlando di «crisi» post-elettorale, dall'altra ha invitato i manifestanti a rispettare la legge e a non dare al governo alcun pretesto per intervenire con la forza (purtroppo, però, al termine della preghiera si sono verificati gravi scontri tra i manifestanti e la polizia che ha tentato di disperdere la folla con lancio di lacrimogeni, ed ha operato, secondo testimoni, 15 nuovi arresti).

D'altra parte Rafsanjani è uno dei fondatori della Repubblica ed occupa ruoli di primo piano nelle istituzioni, presiedendo, in particolare, il Consiglio degli Esperti, il massimo organo politico-religioso del paese, ed è naturale dunque che tenti di convogliare la protesta proponendo un'azione di riforma che consenta di modernizzare la Repubblica senza stravolgerne le basi ideologiche. Secondo l'ex-presidente, per contrastare il potere di Khamenei occorre lavorare all'interno del clero sciita, che oggi più che mai è diviso nel giudizio sull'attuale guida suprema. La strategia di Rafsanjani, dunque, punta ad un cambio «pacifico» del vertice della Repubblica, senza il quale non sarà mai possibile avviare quella stagione di riforme che da tanti anni viene invocata dalla società iraniana.




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