Il risultato delle ultime elezioni presidenziali americane, lo storico successo di Barack Obama che ha regalato - cosa che non accadeva dal 1992 - il controllo della Casa Bianca e di entrambi i rami del Congresso ai Democratici, ha rappresentato un duro colpo per i Repubblicani, dopo otto anni di presidenza Bush. Il partito che fino ad alcuni anni or sono godeva di un'ampia maggioranza a Capitol Hill e poteva contare su un diffuso consenso nell'elettorato - specialmente negli stati del Sud e nei feudi della «Bible Belt», come ben raccontato dal libro The Right Nation dei giornalisti britannici Adrian Wooldridge e John Micklethwait - si è visto privato del potere e, nei mesi successivi alla elezione di Obama, relegato a recitare un ruolo marginale nello scenario politico a stelle e strisce.
La prolungata fase di elaborazione della sconfitta, unitamente alla mancanza di un leader carismatico in grado di guidare l'opposizione all'ambizioso programma amministrativo del nuovo presidente, ha contribuito a gettare nello sconforto anche i più ottimisti tra i commentatori dalle simpatie conservatrici, tra i quali c'è persino chi si azzarda a prevedere una imminente disgregazione del Partito Repubblicano, destinato a scomparire dal panorama della politica americana. Nonostante l'atmosfera di pessimismo e rassegnazione che aleggia in alcuni ambienti repubblicani nell'era di Obama, è indubbio che il GOP, seppur in minoranza al Congresso (ergo di fatto costretto ad assistere inerme al procedere del programma della maggioranza) e al momento incapace di trovare una voce unica in propria rappresentanza, sia riuscito in questi mesi ad ottenere insperate conquiste, seppur di lieve entità. Dalla ritrovata compattezza mostrata dalla minoranza alla Camera nel votare negativamente il piano di stimolo economico voluto dal presidente, alla mancata approvazione, nei tempi previsti, della riforma del sistema sanitario, passando per gli attacchi sulla politica economica - capace di influenzare l'opinione pubblica, come dimostrato dai sondaggi - e in materia di sicurezza nazionale, i Repubblicani si sono dimostrati meno vulnerabili del previsto.
I piccoli, ma significativi, raggiungimenti non sono l'unica buona notizia per l'opposizione. Stando a quanto riportato da Amy Walter sul National Journal, una «mini-rinascita» dell'ala moderata del GOP starebbe silenziosamente avvenendo nel Nord-Est degli Stati Uniti. In quasi ogni Stato a Nord della linea Mason-Dixon (linea di demarcazione che riguarda Pennsylvania, Maryland, Delaware e West Virginia), gli amministratori democratici starebbero attraversando un periodo di grande difficoltà, mentre i candidati repubblicani registrano ottime cifre nei sondaggi. Altrove, come New Jersey, Connecticut e New York, vi sono segni che i Repubblicani moderati («un tempo considerati estinti», scrive la Walter) stiano tornando alla ribalta. Segnali incoraggianti per le corse alla carica di governatore, ma soprattutto in vista delle elezioni mid-term del 2010, nelle quali si rinnoverà la Camera e circa un terzo del Senato. Nella camera bassa, come reso noto da Pete Session, a capo del National Republican Congressional Committee, il GOP punta a conquistare almeno ottanta posti attualmente occupati da deputati democratici. Un obiettivo non privo di una certa ambizione ma, secondo i dirigenti del partito, realizzabile concretamente. «C'era come la sensazione, tra i Repubblicani, che fossimo destinati a vagare per la boscaglia per quarant'anni», ha dichiarato Session, «ma io respingo tale teoria. Il nostro obiettivo è riconquistare la maggioranza».
Mentre i piccoli traguardi e gli accenni di rinascita sembrano prefigurare una riorganizzazione - con conseguente rilancio - del Grand Old Party nel prossimo futuro, negli ultimi giorni quella che forse è la figura più popolare tra le fila del partito è tornata a far sentire la propria voce. Si tratta dell'ex generale Colin Powell, repubblicano moderato (talvolta centrista, se non liberal), primo Segretario di Stato di George W. Bush. Il quale, pur essendosi nettamente smarcato dalla linea tenuta dal partito negli ultimi anni - dalle critiche alla precedente amministrazione, fino all'endorsement del democratico Obama - ha voluto analizzare la situazione in cui attualmente versa l'opposizione. Ospite del celebre talk show della Cnn condotto dal decano del giornalismo americano Larry King, Powell ha riaffermato la necessità, per il proprio partito, di staccarsi dalla base, al fine di cercare consensi anche in altre aree dell'elettorato. «Il partito non può solo concentrarsi sulla sua solida base di estrema destra», ha affermato l'ex generale, «si deve trovare il modo di raggiungere e attrarre moderati e indipendenti verso destra, così da poter costruire un partito che possa vincere». Powell, nonostante l'avversione dell'establishment repubblicano nei suoi confronti, continua a mantenere elevate percentuali di consenso nei sondaggi, con opinioni positive oltre il 70% da parte degli americani. Secondo Scott Reed, consulente repubblicano che gestì la campagna presidenziale di Bob Dole nel 1996, le preoccupazioni di Powell sono motivate, «ma il costante ritornello di negatività ostacola la sua credibilità con la spina dorsale del partito». Per il politologo del Washington Post Chris Cillizza, si tratta del «paradosso di Powell»: la sua popolarità, poiché costruita sul suo status di figura non schierata, non è in grado di aiutare i Repubblicani per la ricostruzione del partito. Ciò nonostante, ha notato un consulente repubblicano, seppur non in grado di aiutare direttamente il GOP, il generale in pensione può comunque dare il proprio contributo per arrecare danni all'attuale presidente, se mai decidesse di farlo.
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