Mentre l'attività politica, dopo la pausa estiva, riprende i suoi ritmi entro l'arena parlamentare, ad incalzare, in questo momento, è da una parte la strategia di chi incentra la propria motivazione politica sulla corsa al dopo Berlusconi, dall'altra la solita offensiva di una stampa che pensa di potersi sostituire al corso naturale della democrazia facendosi interprete di una realtà distante dal popolo, dove, a dominare, sono i giochi da prima Repubblica di alcune élites. E su questo terreno ha ragione Tremonti quando, prendendo a prestito una rappresentazione di Platone, dice che, da un po' di mesi a questa parte, il «Palazzo sembra una caverna»: una metafora che sta ad indicare come, mentre al di fuori di essa gli uomini percepiscono la realtà effettiva, con i suoi aspetti positivi e con le sue criticità, nel buio di essa riescono a coglierne solo una rappresentazione distorta.
Il bailamme di giochi di potere, il continuo e incessante vortice di parole dette e non dette che ogni giorno si tenta di propinare al popolo, assomiglia, in sostanza, alla caverna di Platone. Ma, dietro il tentativo di trasformare un dibattito tra élites in dibattito pubblico, si nasconde un approccio verticistico verso la politica, un orientamento che sottende la smania del potere fine a se stesso. Tutto il contrario dell'approccio che Berlusconi ha saputo dare, per la prima volta, alla politica, dando voce al popolo che lo ha investito attraverso un linguaggio diretto e trasparente, un linguaggio che immediatamente si traduce in azione, in opera di governo funzionale al bene del Paese. Qui sta la differenza berlusconiana: l'aver messo al centro dell'operato di governo la realtà fuori dal buio della «caverna del Palazzo», un luogo da cui il popolo ha preso le distanze.
Ed è sotto di essa, lontano dalla viscere del Paese reale, che si è riacceso l'eterno velleitarismo di Casini, un leader di partito che «studia» per diventare presidente del Consiglio inseguendo la chimera di un Grande Centro. Un progetto politico, quest'ultimo, che non risponde più al sentimento popolare: la maggioranza del Paese rifugge, e quasi aborre, la politica politicante ed autoreferenziale dei partiti trasversali, che hanno fatto la storia della Prima Repubblica.
Casini ha sempre patito la leadership incontrastata di Berlusconi, tanto è vero che, anche quando era alleato, durante il precedente governo Berlusconi ha più volte tentato di smarcarsi dall'indirizzo di governo, proponendo addirittura, nell'ultimo anno della legislatura, una linea centrista che abbracciasse anche la Margherita e che potesse essere alternativa a Berlusconi, un tentativo miseramente fallito. Eppure il suo chiodo fisso, quello di dar vita ad un nuovo centro, è sempre nei suoi pensieri, e riemerge ogni qual volta si avvicinano delle scadenze elettorali. Non ha importanza che si chiami, di volta in volta, Grande Centro o partito della Nazione: l'idea è sempre la stessa e la sua ambizione sembra alimentata dalla convinzione che, per Berlusconi, prima o poi si avvicinerà il tramonto politico. Il suo sogno è quello di accrescere il potere di condizionamento del suo partito sulla politica italiana, trasformando l'Udc da forza politica che funge da ago della bilancia, in «forza per il cambiamento del Paese», capace di allargare i suoi confini e di insidiare le due forze politiche maggioritarie del Paese. E in questo piano sembra che voglia coinvolgere anche Rutelli.
In un contesto segnato da fibrillazioni politiche, alimentate sia dalla campagna di denigrazione personale ai danni del presidente del Consiglio sia dalle voci su nuove presunte inchieste da parte della magistratura a carico del premier (che, come d'abitudine, si scatenano sempre in periodi pre-elettorali), c'è chi si illude, come fa Casini, che il quadro politico possa subire dei cambiamenti tali da creare nuovi spazi di azione. Una speranza, la sua, che si deve scontrare con una realtà totalmente differente, in cui il dato politico certo è la leadership forte di Berlusconi: gli italiani, come conferma un'analisi condotta da Euromedia research, votano sulla base di un processo di identificazione, in cui conta la percezione che chi li rappresenta sia in grado di rispettare i programmi. Al bando, dunque, i giochi di potere da Prima Repubblica: la politica, oggi, si nutre del consenso verso chi si fa interprete della cultura dei bisogni del Paese.
E in questo senso la consegna, da parte del Governo, delle prime case ai terremotati d'Abruzzo dimostra ancora una volta l'affidabilità dell'Esecutivo e la capacità di mantenere le promesse, tra le quali, su tutte, si è distinta quella fatta da Berlusconi proprio nel momento in cui è scoppiata la crisi: «nessuno sarà lasciato solo». Le tempestive mosse messe in campo dal Governo, volte a salvaguardare la coesione sociale, sono state tutte orientate a far sentire la presenza ed il supporto dello Stato a favore dei cittadini più bisognosi: ed è proprio per salvaguardare le loro condizioni economiche che il Governo ha deciso che, a fine settembre, attraverso un decreto interministeriale, allargherà la platea dei beneficiari della social card. Fatti, dunque, che confermano come il principio della rappresentanza democratica, sempre disatteso, abbia finalmente trovato compimento: il bene del Paese, alla cui realizzazione il popolo ha delegato chi lo rappresenta, diviene il primo obiettivo della politica.
Il fatto che l'Italia possa godere, per la prima volta nella storia della Repubblica, di un esecutivo con un consenso così vasto ha un significato storico: vuol dire che il popolo sta maturando il senso di appartenenza ad un progetto comune, un progetto che prende corpo attraverso l'azione di un governo radicato sulla realtà. E ciò accade in un contesto in cui la crisi economica avrebbe potuto avere ricadute negative su un governo in carica, come è accaduto in Giappone. Il Paese, in sostanza, è unito attorno al suo leader: l'uomo che più di ogni altro ha subìto la forza d'urto di bombardamenti mediatici demonizzanti e che è sempre uscito indenne, con l'assoluzione, di fronte agli incalzanti attacchi perpetrati dalla magistratura, è paradossalmente anche quello che può vantare il più ampio consenso mai goduto da nessun altro nella storia politica italiana.
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