Il 9 e 10 settembre si è svolta a Roma, alla Farnesina, la «Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne», su iniziativa della Presidenza italiana del G8. «Vogliamo che tutto il mondo parli, si scandalizzi, reagisca», ha dichiarato il Ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna concludendo i lavori con un appello a elaborare una strategia comune per l'affermazione dei diritti delle donne. Intervenendo al summit, il Ministro degli affari esteri Franco Frattini ha sollecitato in particolare le Nazioni Unite a bandire le mutilazioni genitali femminili, definendole «una forma aberrante di violazione fisica del corpo femminile».
La conferenza era finita da poche ore quando, l'11 settembre, le agenzie di stampa hanno diffuso una notizia sconvolgente. In Yemen una bambina di 12 anni, dopo un travaglio durato tre giorni, è deceduta per un'emorragia nel dare alla luce il suo primogenito, nato morto. Un anno prima era stata tolta dalla scuola dai suoi genitori e costretta a sposarsi. Poi il 14 settembre l'agenzia di stampa AsiaNews rivelava che numerosi contadini dell'Uttar Pradesh, uno stato dell'India settentrionale, vendono mogli e figlie per saldare i debiti contratti con degli strozzini. Ne ricavano da 56 a 170 euro: più la donna è bella più il prezzo sale.
Per finire, il 15 settembre, in Italia, un immigrato marocchino ha accoltellato e ucciso la figlia Sanaa Dafani, di 18 anni, non potendo tollerare che convivesse con il fidanzato, un giovane italiano ferito pure lui nel tentativo di difenderla. Al di là che in tutti e tre i casi le vittime sono delle donne, ad accomunare i fatti avvenuti in Italia, India e Yemen è innanzi tutto la loro «ordinarietà».
Le spose bambine nel mondo sono oltre 60 milioni e le gravidanze precoci, dentro e fuori il matrimonio, costituiscono una delle maggiori minacce alla salute delle donne, soprattutto in Africa e in Asia. Quasi sempre, perlomeno in questi due continenti, le famiglie che combinano matrimoni infantili godono tuttavia della stima e della fiducia dei parenti e del vicinato perché è consuetudine farlo. Riduce il rischio che le piccole, crescendo, disonorino la famiglia con comportamenti trasgressivi e, se è previsto dalla tradizione il pagamento del prezzo della sposa, affretta il momento in cui esse rendono, arricchendo i genitori con il denaro sborsato dai pretendenti per averle: perciò un buon padre di famiglia provvede appena possibile a trovare marito alle proprie figlie.
Anche vendere mogli e figlie per pagare i debiti non è un comportamento insolito. Le autorità dell'Uttar Pradesh minimizzano, ma molte testimonianze le smentiscono: tra le altre, quella autorevole di Padre Anand, ex direttore della Vishwa Jyoti Communication, un'organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani, secondo cui il fenomeno si inserisce nel contesto di società patriarcali e maschiliste in cui, non solo in India, le donne sono considerate come oggetti di cui disporre a discrezione e che si possono vendere. Aiutarle a prendere coscienza del loro valore di persone - come spiega il vescovo di Jhansi, una cittadina dell'Uttar Pradesh - «è un lavoro duro che sfida tradizioni e abitudini sedimentate che sembrano incrollabili».
Una di queste è l'omicidio d'onore, la punizione estrema riservata a chi non rispetta la tradizione e l'autorità paterna: rientra, insieme alle percosse e ad altri castighi incluso l'impiego di acidi per sfigurare le donne disobbedienti, nelle istituzioni patriarcali di innumerevoli comunità presso le quali è talmente radicata la convinzione che un capo famiglia abbia il diritto, ma soprattutto il dovere, di salvaguardare a qualsiasi costo l'onore e gli interessi familiari da sopravvivere, come dimostra l'uccisione della povera Sanaa, all'integrazione in società che ormai quasi non ammettono nemmeno la più lieve delle punizioni fisiche inflitte a un bambino capriccioso.
Ancora più tenace è l'attaccamento alle mutilazioni genitali femminili, così diffuse persino in Italia tra gli immigrati da aver richiesto una legge per combatterle, varata nel dicembre del 2005. Si stima che nel mondo ogni giorno circa 6.000 bambine siano sottoposte a escissione o infibulazione. Quanto sia difficile estirpare questa istituzione lo dimostra l'Uganda, dove una proposta di legge in discussione da agosto in Parlamento per inasprire le sanzioni a chi le esegue e a chi le infligge alle figlie trova addirittura in una donna la portavoce di chi invece le difende: «È la nostra cultura e noi la perpetueremo - sostiene Agnes Suuto, membro di una delle etnie che praticano la mutilazione dei genitali femminili - molte di noi che l'hanno subita non rimpiangono nulla. Tante ragazze che l'hanno rifiutata, chiedono adesso segretamente di esservi sottoposte».
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