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Numero 335
del 03/10/2009
A Ginevra l'Iran guadagna altro tempo PDF Stampa E-mail
! di Matteo Gualdi
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sabato 03 ottobre 2009

Altri tre mesi. E' questo il tempo guadagnato dall'Iran all'incontro di Ginevra, che ha visto seduti allo stesso tavolo i rappresentanti del 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania) e la delegazione di Teheran guidata dal capo negoziatore Saeed Jalili (con a margine un faccia a faccia tra lo stesso Jalili e Williams Burns, rappresentante degli Stati Uniti). Ancora una volta i mullah si dimostrano abilissimi negoziatori, proponendo concessioni di facciata a fronte della rinuncia dell'Occidente a nuove sanzioni. Teheran, infatti, acconsente ad aprire il sito segreto di Qom agli ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, ma non prima di due settimane, giusto il tempo per ripulire il sito da qualsiasi prova che possa imbarazzare il regime, e dimostrare che viene usato soltanto a fini di ricerca civile (e non militare, come tutto lascia invece intuire). Inoltre gli ayatollah accettano di far arricchire una minima parte del proprio uranio all'estero, giusto per dimostrare una supposta buona fede e nascondere quella che in realtà appare essere l'ennesima presa in giro.

D'altra parte, di fronte al dossier nucleare iraniano viene in mente una vecchia storiella su due matti che vogliono fuggire dal manicomio, segano le sbarre con una limetta per le unghie, si calano da duecento metri di altezza appesi ad un sottilissimo filo, scavalcano un enorme muro di cinta, superano il fossato di coccodrilli, passano il filo elettrificato e di fronte ad un vecchio cancelletto arrugginito si guardano ed uno dei due dice: «Te l'avevo detto che non ce la potevamo fare. Torniamo indietro!». Ecco, l'Iran è nella stessa situazione. Da quasi trent'anni subisce le altalenanti pressioni dell'Occidente e, soprattutto, le conseguenti sanzioni. Dal 2002, anno della scoperta del sito segreto di Natanz, quelle pressioni sono cresciute e le sanzioni sono diventate sempre più dure. Oramai, secondo i servizi segreti occidentali ed israeliani, in un periodo di tempo stimato tra i sei mesi ed un anno Teheran potrebbe avere abbastanza uranio arricchito per costruire una bomba nucleare con la quale rispondere a quelle che considera le ingiustizie subite. E cosa dovrebbe fare? Interrompere il proprio programma? E quale sarebbe la carta in mano all'Occidente per convincere la Guida Suprema a rinunciare? La minaccia di nuove sanzioni? Davvero non si intravedono spiragli per aprire una breccia nella fanatica leadership al potere in Iran.

Ed è inutile continuare a ripetere che bisogna dare al dialogo una possibilità, perché dal 1979 ad oggi nessuna amministrazione americana, democratica o repubblicana che fosse, ha mai smesso di provare a dialogare con gli ayatollah. In maniera più o meno nascosta tutti, da Carter a Reagan, da Clinton a Bush hanno cercato di convincere Teheran a ragionare, con la vecchia tecnica del bastone e della carota. Non ha mai funzionato, e per una ragione precisa: non c'è alcuna offerta che l'Occidente possa fare ai mullah per persuaderli a rinunciare al loro folle piano. Non è con la ragion di Stato che si può dissuadere un regime messianico convinto di avere il compito di diffondere in tutto il mondo il Dar-Al-Islam, cioè la casa dell'Islam. Cosa si può offrire ad una persona come Ahmadinejad, che pensa sia suo dovere esportare la rivoluzione islamica in ogni parte del globo? Il problema dunque non è il dialogo, ma sono gli interlocutori con cui dialogare. Finché come controparte al tavolo dei negoziati ci saranno i mullah non vi sarà alcuna possibilità di raggiungere un accordo.




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