Uno strano fenomeno politico-sociale agita la lontana e sperduta Repubblica di Mongolia, il paese delle steppe incuneato fra Russia e Cina, immenso quanto semi-desertico (appena 2 milioni e 700mila abitanti per una superficie pari a 5 volte quella dell'Italia). Negli ultimi anni la capitale, Ulaanbaatar, è attraversata da bande di gruppi giovanili che si autodefiniscono «nazisti» e che sfrecciano per le strade della città a bordo di macchine e fuoristrada ornati di bandiere con la croce uncinata sovrapposta al Soyombo (l'ideogramma nazionale mongolo) e di giganteschi ritratti di Gengis Khan, l'imperatore mongolo che nel XIII secolo soggiogò l'Eurasia dalla Cina all'Europa Orientale. Questi gruppi estremisti giovanili, molto simili alle equivalenti gang «neonaziste» che nelle periferie russe aggrediscono immigrati asiatici e caucasici, si sono resi responsabili di attacchi fisici nei confronti della sempre più numerosa comunità immigrata cinese, aggredendo persone e danneggiando attività commerciali, e di intimidazioni a quei mongoli percepiti come eccessivamente vicini agli immigrati cinesi o ai loro interessi economici.
Questi gruppi - i più noti sono il «Mongolia Blu» (il colore nazionale), «Pan-Mongolia» e «Unione Nazionale Mongola» - sono certamente un fenomeno marginale nella vita politica nazionale, dominata dall'ex-comunista Partito Rivoluzionario del Popolo, ma sono certamente la punta dell'iceberg delle difficili relazioni fra la Cina e la piccola Mongolia. Per comprendere le ragioni di tale diffidenza nei confronti della Cina e dei cinesi è utile ricordare la storia più recente della Mongolia indipendente e il particolare contesto geopolitico nel quale si trova questo paese. La Mongolia, infatti, divenne indipendente dalla Cina nel 1911, quando la Russia zarista, approfittando del caos politico della Cina post rivoluzione repubblicana, appoggiò le rivendicazioni indipendentiste anticinesi dei mongoli, popolo da secoli sottomesso a Pechino ma mai dimentico delle antiche glorie dell'impero di Gengis Khan, dominatore d'Eurasia.
L'attuale territorio della Repubblica di Mongolia divenne così, de facto, un protettorato russo, situazione che non mutò neppure con la rivoluzione bolscevica, che dopo la sconfitta delle truppe anticomuniste russo-mongole del generale Barone Ungern Von Sternberg (un nobile russo-tedesco conquistato alla causa mongola) si estese anche alla Mongolia, rendendola nel 1921 una Repubblica Popolare, indipendente sulla carta ma di fatto infeudata a Mosca. Così nel settantennio fra il 1921 e il 1991 Ulaanbataar fu un fedelissimo alleato di Mosca, una tutela ingombrante e limitativa dell'indipendenza nazionale ma che, di contro, risparmiò ai mongoli la ben peggiore sorte dei loro fratelli della Mongolia Interna cinese, sottoposti ad un'autentica campagna di genocidio culturale e demografico che in qualche decennio li ha ridotti a minoranza nazionale in patria (meno del 18% dei cittadini della provincia cinese della Mongolia Interna sono etnicamente mongoli).
Il crollo dell'URSS, con conseguente cessazione della tutela politica ed economica sovietica, ha lasciato la Mongolia sola di fronte al vicino ed ex dominatore cinese; così Ulaanbataar negli anni ha dovuto migliorare i rapporti con Pechino, anche tenendo conto delle opportunità economiche offerte dalla prodigiosa crescita cinese, ma ha anche cercato di mantenere i vecchi legami con la Russia, sponda necessaria per non venire fagocitata dal gigante cinese e fare la fine della Mongolia Interna, degli Uyghuri del Sinkiang o dei Tibetani. L'ingresso di capitali cinesi è stato accompagnato dal massiccio afflusso di immigrati cinesi, riportando nel paese di Gengis Khan lo spettro della dominazione cinese del passato. Per bilanciare la pressione cinese la Mongolia ha recentemente siglato con la Russia importanti accordi di cooperazione strategica nel campo dello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie e per la modernizzazione della rete ferroviaria. Mosca, come la Mongolia, è interessata a mantenere buoni rapporti politici e commerciali con Pechino, ma allo stesso modo teme l'espansione economica e demografica cinese nei ricchi, vasti e spopolati territori della Siberia Orientale e della Mongolia.
L'espansione economica, e quindi politica, cinese comincia in ogni caso a non essere più un problema confinato all'Africa o alle disperse lande della steppa mongola, ma comincia a lambire anche il cuore dell'Europa, come testimonia il maxi-prestito fatto da Pechino alla Moldavia, un paese europeo confinante con l'Unione Europea e con la Nato. Il presidente Barack Obama, durante la recente visita in Cina, ha dichiarato che «l'ascesa di Pechino non ci spaventa, non è una minaccia per l'America». Forse ha ragione, ma certamente questi sentimenti non sono condivisi da mongoli, russi siberiani, kazaki, kirgizi, tagiki e, forse, neppure da molti europei occidentali.
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