Chi la fa l'aspetti, recita un detto popolare: tradotto nella situazione politica attuale, ad essere oggetto di vendetta per aver portato avanti un'azione capillare di lotta alla criminalità organizzata è senz'altro il Governo di centrodestra, che, come bersaglio principale, ha ovviamente il suo leader, Berlusconi, accusato di aver intessuto rapporti con la mafia.
In termini di lotta alla mafia non si può dire certo che l'Esecutivo abbia battuto la fiacca, anzi, i dati messi a disposizione a novembre dal Ministero dell'Interno confermano il contrario, evidenziando come il governo abbia condotto, contro questo problema, una battaglia senza precedenti: in poco più di 18 mesi sono state arrestate, durante 377 operazioni di polizia, 3630 persone. Si tratta di una media di otto mafiosi al giorno. Sempre secondo i datti emessi dal Ministero di Maroni «tra i 282 latitanti arrestati figurano 15 fra i primi 30 più pericolosi». Non solo, il governo è riuscito nell'impresa di sequestrare beni per un valore di ben 5,6 miliardi di euro, con un incremento del 56% rispetto a 17 mesi precedenti». Anche in questi giorni il nostro Esecutivo sta dimostrando di perseguire con caparbia la strada della lotta alla mafia, basti pensare che martedì mattina oltre mille finanzieri hanno arrestato a Bari 83 persone appartenenti alle cosche pugliesi. Durante questa operazione sono finiti in manette anche il capoclan barese Savinuccio Parisi e il boss Antonio Di Cosola. Sempre lo stesso giorno è stata eseguita un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di undici presunti affiliati alla famiglia del boss Provenzano.
Questi fatti, insieme ai dati diffusi dal Ministero dell'Interno, sono estremamente esplicativi: come ha fatto notare giustamente Fabrizio Cicchitto «un governo guidato da un presidente del Consiglio in rapporti con la mafia non si sarebbe esposto in uno scontro durissimo con la mafia stessa». L'offensiva anti-premier, scatenatasi attorno alle dichiarazioni del pentito Spatuzza, e cavalcata anche dai giornali del Gruppo Espresso, che hanno accusato la Fininvest di provenienza «nebulosa» di parte dei capitali costitutivi dell'azienda, proseguirà probabilmente venerdì, quando il pentito deporrà a Palermo nel processo d'appello contro Dell'Utri.
In queste circostanze, anche alla luce di episodi passati, ci si chiede quanto possano essere attendibili, in alcuni casi, le deposizioni dei pentiti. A questo proposito il capogruppo alla Camera Cicchitto fa notare come il ruolo dei pentiti dipenda molto anche dal magistrato che li gestisce: egli ha ricordato la professionalità di Giovanni Falcone quando, nel caso delle deposizioni nei confronti di Andreotti da parte di un pentito di mafia, il magistrato ritenne le sue dichiarazioni non convincenti perché prive di prove, condannandolo a tre mesi. Per questo, come ha ricordato Cicchitto, attrasse su di sé forti critiche da parte dei «giustizialisti di allora, che sono gli stessi di oggi: in primo luogo Leoluca Orlando, poi Magistratura democratica. Perché aveva una gestione ineccepibile dei pentiti». In ogni caso la legge sui pentiti prevede già la necessità di verificare le dichiarazioni da essi rilasciate, dunque è fondamentale che essa sia applicata a dovere.
In riferimento alle dichiarazioni rilasciate da Spatuzza sul premier, poi, bisognerebbe fare una precisazione: come ha riferito il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano esse, in base alla legge, sarebbero addirittura inutilizzabili in quanto rese dopo sei mesi dall'inizio del pentimento, data entro la quale il collaboratore è tenuto ad indicare tutti gli argomenti su cui riferirà ai magistrati. Nel caso di Spatuzza i verbali relativi alle dichiarazioni durante le quali, improvvisamente, egli tira in ballo Berlusconi, risalgono a metà marzo 2009, una data che va senza dubbio oltre i 180 giorni (che scadevano il 23 dicembre 2008) che la legge concede ai pentiti per rievocare i fatti.
Insomma, esaminando il copione di inchieste e attacchi infamanti contro Berlusconi non si può certo affermare che sia stato monotono: dalle accuse per corruzione giudiziaria a quelle di reato per finanziamento illecito a partiti e falso in bilancio. Non solo, si è tentato anche di gettare fango sulla sua vita privata, delegittimandolo non solo dal punto di vista politico, ma anche personale. Ora l'affondo più ignobile, l'accusa di avere avuto contatti con la mafia. Eppure il Cavaliere è ancora alla guida del Paese, forte dei consensi di un popolo che crede in lui e che, dopo l'esperienza del giustizialismo degli anni '90, ha maturato una maggiore capacità di discernere la realtà dei fatti e quindi di giudizio.
E, mentre le Regionali incombono, ecco che, con tempismo, emergono fantomatici legami che Berlusconi avrebbe intrattenuto con la mafia negli anni '92-'93, quando, come ha fatto notare giustamente Cicchitto, «Berlusconi non contava assolutamente niente in politica e caso mai i punti di riferimento per la mafia potevano essere totalmente diversi». Ecco perché, ha rimarcato Cicchitto, «pensare che i mafiosi avessero come interlocutore un signore che non era in grado di mantenere nulla delle sue eventuali promesse, perché non stava nel sistema politico, è la dimostrazione che si sta costruendo un'operazione assolutamente destituita di fondamento».
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