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Numero 345
del 05/12/2009
Il ritorno del «pentitismo» PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
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martedì 01 dicembre 2009

Il 17 settembre del 1793 venne approvata in Francia, dalla Convenzione Nazionale, la «legge dei sospetti». In sintesi il decreto - poiché di questo si trattava - prevedeva che bastasse la parola di due cittadini di comprovata fede patriottica per poter condannare chiunque come controrivoluzionario. La legge rappresentò, di fatto, la fine dei giacobini. La borghesia moderata trovò il coraggio della paura, e il 27 luglio del 1794 osò contestare apertamente Robespierre, Saint-Just e La Bas. Al grido «C'est le sang de Danton qui t'étouffe» («E' il sangue di Danton che ti soffoca»), Robespierre e i suoi seguaci vennero tratti in arresto per esser ghigliottinati pochi giorni dopo. A questi eventi seguì il cosiddetto «terrore bianco»: la componente moderata e antimontagnarda che prese il potere non pose guari nel dar la caccia ed eliminare le ultime frange oltranziste dei rivoluzionari e, segnatamente, i giacobini. Giustizia fu fatta. Punto.

Ora, analizziamo brevemente l'attuale situazione giudiziaria italiana alla luce di quanto accaduto due secoli fa Oltralpe. Di fatto, noi tutti siamo soggetti ad una legge (meglio, ad uno straordinariamente e pericolosamente creativo combinato disposto) che assoggetta la reputazione, la libertà, la dignità umana, professionale, politica e civile non - attenzione - al giudizio espresso da «due cittadini di comprovata fede patriottica», bensì alle rivelazioni ad orologeria di assassini, di stragisti, di spacciatori. E' il fenomeno del pentitismo che, diverso nei presupposti, raggiunge abissi di abiezione ben più abominevoli di quanto mai abbia potuto esser concepito da Robespierre, il quale - bontà sua - almeno era in buona fede. Pare oggi che il «pentito» sia divenuto strumento cardine nell'espletamento delle funzioni giudiziarie per quanto riguarda non solo reati ad alto coefficiente di allarme sociale, ma anche per reati considerati minori.

Gli operatori giudiziari che oggi hanno fatto del pentitismo un feticcio, un vero e proprio idolo, sono gli stessi che non mancano mai invocare il nome di Giovanni Falcone. Hanno evidentemente la memoria corta. Vale la pena ricordare qui che Giovanni Falcone, magistrato benemerito, fu ostracizzato ed isolato proprio da quegli stessi magistrati che oggi non mancano mai di sfoderare il suo santino ogni due per tre. Motivo? Semplice: non ammise mai l'esistenza del cosiddetto «terzo livello», ovvero il rapporto diretto e continuativo tra malavita organizzata e vertici della politica, e si permise pure di incriminare per calunnia un pentito, Giovanni Pelligriti, manovrato, ancora oggi non sappiamo da chi, per incastrare Salvo Lima. Fu sempre chiarissima, forse troppo, la sua opinione riguardo al 416-bis: «Non sembra abbia portato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare, ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un'inchiesta». Falcone, e con lui Paolo Borsellino, temevano una cosa sopra ogni altra: la strumentalizzazione della giustizia da parte di quanti in essa vedevano non tanto o non solo uno strumento di lotta politica, quanto un mezzo per accrescere la propria capacità di incidere in concreto sui destini del paese. Sta di fatto che Falcone e Borsellino furono oggetto di critiche pesantissime da parte sia di colleghi che di certi settori del mondo politico, in quanto assolutamente non funzionali al progetto di «pentitizzazione» del sistema giudiziario.

Ad oggi dobbiamo amaramente riconoscere che il sistema giudiziario così com'è non funziona: la cosiddetta obbligatorietà dell'azione penale diventa in realtà il pretesto (costituzionale) per realizzare la discrezionalità della medesima, i pentiti sono quanto di più simile ad una mercatura giudiziaria possiamo immaginare, i processi funzionano di fatto su un doppio binario per quanto riguarda celerità ed efficienza, giacché per l'imputato eccellente si può arrivare ad una sentenza di terzo grado nel volgere di meno di due anni, mentre i processi che riguardano comuni cittadini spesso finiscono nel dimenticatoio (in media 466 al giorno negli ultimi cinque anni), e, a fronte di innumerevoli ed inutili polemiche riguardo all'introduzione della legge sul processo breve, sapete qual è la cosa migliore? Che il processo breve esiste già: ma solo a favore dei magistrati, per i quali l'eventuale azione disciplinare si prescrive tassativamente in quattro anni.

E qui tocchiamo un ulteriore punctum dolens: il giudizio disciplinare sui magistrati... è affidato ai loro pari, ovvero al Consiglio Superiore della Magistratura. Non esiste di fatto una forma di controllo efficace e puntuale sul loro operato: certo, resta il farlocco principio del «rispondere solo alla Legge», il che, perdonate l'ignoranza, ma concretamente cosa vuole dire? Che di fatto siamo di fronte ad un potere dello Stato non soggetto ad alcun controllo effettivo? E, spingendoci un po' più in là, perché all'interno della magistratura esistono correnti, quali ad esempio Magistratura Democratica, che denotano una chiara aderenza politica? Ora, non saremo certo noi a pretendere che un magistrato non possa o non debba avere idee politiche, ma per usare una vulgata scalfariana, dove finisce l'uomo e dove comincia il magistrato? Chi, come e quanto mi garantisce che l'aderenza politica non possa prevalere sul rispetto della legge? Esiste forse una perizia che consente senza tema di errore di attribuire il patentino di neutralità ideologica nel momento in cui un magistrato indossa la toga? «Chi può negarlo?», come direbbe l'Eugenio nostrano?

Forse non appare come del tutto fantasiosa l'ipotesi di rendere elettivi taluni incarichi giudiziari, come quello di procuratore generale. Negli Stati Uniti funziona così. Questo perché gli americani, che sono gente pragmatica, sanno da una pezza che se un fenomeno non può essere eliminato, tanto vale prenderne atto e cercare di controllarlo, al fine di limitare i danni: per loro è sacrosanto diritto sapere come la pensa un procuratore distrettuale in tema di pena di morte, immigrazione, aborto, divorzio, et cetera. E' pure fondamentale sapere per quale partito ha votato o se la sua candidatura è caldeggiata dai Democratici o dai Repubblicani. Partono dal giusto presupposto che un giudice sia un uomo come tutti gli altri, quindi dotato di idee politiche proprie che, necessariamente, avranno un'incidenza nello svolgimento delle sue mansioni. Quindi pretendono, giustamente, di eleggerlo, di scegliere da chi eventualmente saranno giudicati un domani. Da noi esiste ancora questa assurda ipocrisia, fomentata dalla prosopopea manipulitista: la neutralità del giudice ci viene garantita dalla Costituzione.




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