A vent'anni dal crollo del Muro di Berlino esiste ancora un paese, in Europa, dove il tempo pare essersi fermato: la Repubblica della Bielorussia, o Russia Bianca. Questo piccolo Stato russofono di dieci milioni di abitanti, privo di sbocchi al mare e incastonato fra Russia, Ucraina, Polonia, Lettonia e Lituania, è, fra i paesi dell'ex URSS, quello che più ha conservato i caratteri, almeno esteriori, del passato sovietico, non avendo sviluppato una precisa identità nazionale. In Russia Bianca l'inno è ancora quello del periodo sovietico, la bandiera e l'inno pure (ad eccezione della falce e martello) e il servizio segreto si chiama ancora KGB.
Dal 1994, come è noto, la Bielorussia è governata dalla figura autoritaria di Alexandr Lukashenko, che ha guidato il paese cavalcando da un lato la volontà di stabilità della popolazione e dall'altro un'ideologia che mescola paternalismo autoritario, nostalgismo sovietico (che è altra cosa comunque dal comunismo) e nazionalismo localistico e rurale.
Per la natura autoritaria del suo presidente la Bielorussia è stata, negli ultimi 15 anni, isolata dai paesi dell'Europa Occidentale e di conseguenza gettata fra le braccia di Mosca, che in virtù della comune appartenenza allo spazio politico-culturale ortodosso e russofono non ha mai nascosto la tendenza a considerare la Russia Bianca come un «fratello minore» da reintegrare eventualmente in una futura «Unione Russa». Da parte sua il presidente Lukashenko ha sempre mantenuto una politica di vicinanza alla Russia, difendendo al contempo l'indipendenza politica ed economica del suo paese, orgoglioso di essere parte del mondo russo-ortodosso ma non per questo disposto a cedere la propria sovranità. La chiara mancanza di standard democratici nella vita politica bielorussa non deve comunque far dimenticare il fatto che a quel paese sono stati risparmiati gli shock socio-economici che negli anni '90 hanno sconvolto i vicini ucraini e russi.
In questo particolare e complesso contesto internazionale si inserisce la visita a Minsk del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, primo capo di governo dell'Unione Europea a recarsi in visita ufficiale in Bielorussia dopo quindici anni di gelo e di emarginazione diplomatica. Le ragioni di questa visita sono facilmente intuibili: continuare ad isolare un paese chiave come la Russia Bianca, situata in posizione strategica fra Russia e Unione Europea (Polonia, Lituania e Lettonia, paesi oltretutto membri della NATO), non solo accentuerebbe ancora di più il carattere autoritario del suo governo, ma spingerebbe il piccolo paese slavo ancora più lontano dall'Europa, non solo e non tanto verso la Russia, quanto magari in direzione di attori extra-europei come la Cina, che già sta approfittando delle dispute fra europei e russi per impiantarsi, con investimenti e prestiti (si veda il maxi-prestito cinese alla Moldavia) nei paesi dell'Europa Orientale e dell'ex URSS.
Scommettendo sull'apertura alla Bielorussia il governo italiano va incontro non solo alla necessità di ampliare il raggio d'azione degli investimenti italiani in quel paese, fino ad ora piuttosto limitati, ma anche di avvicinare quello Stato all'Europa in un'ottica non anti-russa, ma autenticamente pan-europea. La Bielorussia, in virtù del suo essere contemporaneamente un paese europeo e di lingua e cultura russa, può giocare un importante ruolo di paese cerniera fra l'Europa centro-orientale, il mondo russo e la regione del Baltico: fra le grandi sfide che l'Europa ha di fronte c'è quella della costruzione di uno spazio di sicurezza e di sviluppo comune fra la parte occidentale del Vecchio Continente e il suo naturale retroterra russo-siberiano.
Un altro risultato portato a casa dal presidente Berlusconi durante la sua visita a Minsk è stato il dono, da parte del presidente Lukashenko, di documenti fino ad ora secretati provenienti dagli archivi del KGB sovietico e riguardanti la sorte di migliaia di prigionieri di guerra italiani dati dispersi durante la campagna di Russia del 1941-1943 e molto probabilmente inghiottiti dall'«arcipelago gulag». La visita del premier a Minsk, in questo modo, non solo acquista una valenza economica e geopolitica, ma permetterà di ricostruire un altro tassello della memoria degli italiani, occultata per decenni anche a causa dei veti del Partito Comunista Italiano.
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