Dopo l'aggressione al presidente del Consiglio occorre riflettere ancora più seriamente sulla deriva della sinistra e sul linguaggio per così dire dominante, che circola come moneta sonante - battuta con un conio arcaico, per la verità - nella sinistra degli «ultimi tempi». Ultimi tempi della sinistra: nel duplice senso dell'apocalittica, dunque del mantra catastrofista, e della fine della sinistra. Vediamo perché. Come ha giustamente osservato Gianteo Bordero su queste pagine, Antonio Di Pietro si è impossessato della sinistra in tutta la sua estensione. Cio è accaduto facendo aggio sui ben noti limiti dell'opposizione parlamentare del Pd e facendo leva, infine, sui malumori e sul clima malmostoso circolante nel paese. Un clima - si badi - che aveva corso anche durante il governo Prodi, ma che, allora, la sinistra non voleva vedere. Con un'osservazione da fare: allora eravamo davvero un mare di guai, con un «tesoretto» tenuto nascosto nelle casse dello Stato e una politica economica e sociale tutta a svantaggio degli operai e dei lavoratori dipendenti. Gli operai, infatti, votano Lega e Pdl, non la sinistra, se non in percentuale minima. Un dato che dovrebbe far riflettere i dirigenti della sinistra. Ma, a quanto pare, prevale la logica del revanscismo settario e inconcludente. Di questo clima pesante si serve massicciamente Antonio Di Pietro che, evidentemente, non ha perso la sua mentalità da «Io quello lì lo sfascio», un evergreen di Tangentopoli (qualcuno ha ancora memoria di quei giorni?). Bene. Bordero coglie la filigrana che attraversa il settarismo revanscista della sinistra degli ultimi tempi. A quest'analisi vorrei aggiungere due dati: uno di carattere antropologico, l'altro di natura comunicativo-politica.
Il dato antropologicico. Di Pietro è un diciannovista, cioè un figlio dei Fasci prima maniera, quei Fasci già stigmatizzati da Pietro Nenni in una celebre opera storica, e chiaramente ripresi dall'ex magistrato con un approccio alla politica di tipo avanguardista e violento, contro le persone. Ecco il punto. Non si gioca la partita politica contro un'idea o un approccio alle riforme, ma contro una specifica e determinata persona, con un corpo e una vita: Silvio Berlusconi. Questa persona è considerata il ricettacolo dei peccati capitali e dei vizi italici, anzi universali. E' ciò che, in teologia, si chiamerebbe «personalità corporativa», cioè un singolo che incarna il Peccato e il Male, come Adamo fu protagonista del peccato originale. Dopo il terrorismo, non si era mai vista questa subcultura così massicciamente circolante in Italia. Aveva cominciato la rivista girotondina e forcaiola Micromega, con addentellati in Marco Travaglio, ma Antonio Di Pietro è la summa ideologica e pratica di questa suburra di errori mentali e sub culturali. La politica perde, così, i suoi caratteri di limite e di confronto programmatico - tradotto: botta e risposta sui punti, sui progetti e sulle idee da implementare - e diventa una teologia rovesciata, una sorta di furore permanente e scapigliato, incontrollabile e non sottoponibile a protocolli logici, analitici, linguistici: un evento che si fa da sé e che si autoriproduce. Basta una dichiarazione di Berlusconi per dare adito alla furia incontrollata del dipietrismo diciannovista.
Ma vi è un altro dato con il quale fare i conti. Il fattore comunicativo-politico. La sinistra, anche quella radicale, è oggi colonizzata dal dipietrismo revanscista. Dunque, è sotto schiaffo, si direbbe ad una prima analisi, ma non è propriamente così. Si tratta di altro. Quando un'ideologia diventa pratica e costume diffuso, quel linguaggio diventa dominante e sussume ogni altra differenza linguistica, fino a diventare «la» sinistra, in questo specifico caso. Così fu il diciannovismo dei primi Fasci, che colonizzò spezzoni interi di pensiero conservatore e di «destra», per diventare, in seguito, fascismo politico ed ideologico. Ciò sta accadendo alla sinistra.
Una testimonianza per capire. Mi trovavo, con l'amico Luciano Lanna, direttore responsabile del Secolo d'Italia, impegnato nella presentazione del libro di due noti giornalisti, dedicato ai «Faraoni d'Italia», lo spendi e spandi dei pubblici poteri e delle prebende pubbliche. Ebbene, c'era, invitato speciale, l'attuale direttore de Gli altri, Piero Sansonetti, il quale ha interpretato il suo ruolo di critico del «sistema» esattamente come avrebbe potuto farlo Antonio Di Pietro, con l'accento retorico spostato sui soldi spesi e sui «poveri» italiani che non ce la fanno ad andare avanti fino alla fine del mese, ecc... Un mix di moralismo bigotto e ipocrita - il fariseismo dipietrista e berlingueriano, a onor del vero, di un tempo - e di antipolitica, per essere spicci sulle valutazioni. Ecco, questa è la sinistra, anche quella radicale proveniente dal Pci di un tempo, operante in Italia. Di Pietro se la sta mangiando tutta a colpi di demagogico furore e contando sul vuoto politico e progettuale del Pd, anche nella versione - soporifera, per ora - di Pierluigi Bersani.
Come contrastare questo rigurgito diciannovista che fa parte dell'anima profonda, ideologico-politica, del paese? Ho letto sul web magazine di «Farefuturo» che vi è qualcuno che spera di insufflare nelle vene spente di vita del popolo italiano roba come il «neoconfucianesimo» e l'Armonia generale", insomma una sorta di neo-organicismo paternalista, in cui si metta a freno la lingua come voleva Confucio - padre, secondo la fondazione «FareFuturo», di ogni virtù, nonostante più di due millenni di cristianità - e si trovi l'equilibrio del minimo comun denominatore, cioè la variabile zero di tutto, cioè il nulla geometrico e l'invarianza stabile del nulla, di qualcosa che dovrebbe avere a che fare con l'«etica», la «politica», la «cultura politica». Ecco, se questa è la risposta ad Antonio Di Pietro credo che ce lo sorbiremo ancora per molto tempo, troppo a parer mio.
La strada è ancora quella solida di sempre: la politica e i nervi saldi. Il popolo ha bisogno di buona politica e di caratura progettuale. Questa è la migliore replica, nel medio e lungo periodo, alla violenza ideologica della sinistra degli ultimi tempi, vale a dire del dipietrismo «colonizzatore» linguistico.
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