Ieri erano Hazet 36 e P-38. Oggi sono souvenir all'apparenza innocui. Ieri c'erano le piazze e gli eskimo in redazione. Oggi c'è la grande rete e i tailleurs griffati. Ieri si epuravano i neofascisti dalle università (epurazioni terminali, come nel caso di Sergio Ramelli), oggi, come leggiamo su Il Giornale, in Statale a Milano si è aperta la stagione di caccia al ciellino. Ieri c'era l'ideologia... e da questo punto di vista poco o nulla è cambiato. Forse non solo da quest'ultimo punto di vista. Forse la differenza tra la realtà odierna e gli anni di piombo, per taluni tangibile, inconfutabile e abissale, è molto più rarefatta di quanto si possa immaginare. Nella sostanza nulla sembra essere cambiato. Sono cambiati - questo sì - gli strumenti e i mezzi che facinorosi e mestatori hanno a disposizione. Una transizione, un mutamento che già abbiamo potuto riscontrare, seppur su una scala di magnitudine drammaticamente più grande, riguardo all'evoluzione del terrorismo di matrice islamica: dall'Achille Lauro siamo passati all'11 settembre 2001. Un passaggio di fase esponenziale che solo grazie al progresso tecnologico e alle nuove strategie di comunicazione integrata (giornali, internet, tv) si è potuto verificare.
Ieri come allora alla testa di collettivi, di gruppi extraparlamentari, di black blok o altra mefitica mercanzia del genere troviamo direttivi di estrazione borghese medio-alta. Il mito dello «spontaneo movimento di popolo» è per l'appunto un mito. Del resto lo sosteneva a chiare lettere anche Karl Marx. Il popolo ha sempre bisogno di un'avanguardia che di popolare abbia il meno possibile. Ma se ieri c'erano movimenti politici nei quali riconoscersi e identificarsi, oggi la massa antagonista risulta pericolosamente più fluida e non soggetta di fatto ad alcun controllo. All'antagonismo, all'omologazione intellettuale, al pensiero unico si è aggiunta una categoria che funge da pericolosissimo catalizzatore: quella dell'individualismo.
Facciamo un esempio pratico: domenica scorsa, a Milano, un individuo ha lanciato un oggetto contundente contro il presidente del Consiglio, ferendolo gravemente. E' ipotizzabile, senza fantasticare troppo, che ognuno dei trecento contestatori presenti al comizio in Piazza Duomo avrebbe potuto o voluto fare la medesima cosa, qualora si fosse presentata la possibilità. Allo stesso modo, chiunque plauda ad un simile gesto o arrivi addirittura ad ammirare il mentecatto che l'ha compiuto, si dichiara automaticamente come disponibile a fare la medesima cosa. Questo non in rispondenza alla decisione presa da un ipotetico tribunale politico di stampo brigatista o da un qualsiasi collettivo universitario, né da una condanna a morte de facto sancita dalle pagine di un giornale stile Lotta Continua, ovvero attraverso decisioni politiche che avrebbero potuto consentire una reazione, per quanto tenue, a livello di intelligence o di intervento di polizia. Questa è una faccenda del tutto diversa. Non nei presupposti, attenzione, bensì negli esiti.
La simultaneità della comunicazione garantita da strumenti quali internet o i semplici e quotidiani cellulari consente di agire in maniera estemporanea e senza necessità alcuna di pianificazione. In un contesto di questo genere il tempo che intercorre tra l'ideazione di un crimine e consumazione del medesimo può ridursi a poche decine di secondi. Quanto accaduto durante il G8 a Genova lo dimostra. Non c'è più, oggi, alcuna necessità di avere a disposizione una falange armata addestrata, coesa, determinata per perpetrare azioni terroristiche. Basta molto meno. Basta un individuo. O 300 individui, indipendenti l'uno dall'altro, che non hanno necessità alcuna di agire in sincronia.
E questo rende difficilissimo individuare le - comunque presenti - responsabilità morali. Perché di fronte alla massa ideologizzata di una volta, che oggi, come dice Toni Negri, si è mutata in «moltitudine» (concetto estremamente fluido, rarefatto, difficilmente inquadrabile politicamente), non c'è più bisogno di un Sofri qualsiasi che indichi a chiare lettere un bersaglio assumendosene poi la responsabilità. Oggi l'informazione viaggia come un treno iperveloce su una infinità di binari, attraverso un'infinità di linguaggi: tutto quello che serve è prendere due o più flussi informazionali e far sì che cozzino tra loro sul medesimo «snodo ferroviario». Strategia mediatica. Nulla di più. Una strategia volta nettamente all'individuazione di esecutori materiali spesso inconsapevoli, ma non per questo meno pericolosi. Il tutto garantisce un risultato sicuro, e quanto accaduto domenica a Milano sta a dimostrarlo, senza che un'effettiva responsabilità morale o materiale sia individuabile in maniera circoscritta.
Certo, possiamo metterci qui ad elencare tutti quei soggetti che hanno agito concretamente per creare una situazione di pericolo oggettivo che è sotto gli occhi di tutti. Ma a loro carico non potremo individuare, ad oggi, nulla di penalmente rilevante. E' il Delitto Perfetto. Centinaia di mandanti, nessuno di questi imputabile di alcunché, poiché a «saltare» sono sempre e solo le pedine. Chapeaux...
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