La regione del Caucaso anche per quest'anno si qualifica come una delle più delicate e instabili dello scacchiere eurasiatico. La sicurezza e la stabilità del Caucaso, frontiera fra mondo cristiano e islamico e fra mondo russo-europeo e asiatico-mediorientale, è ancora minacciata dalle persistenti tensioni fra Russia e Georgia e dalla continua attività di gruppi eversivi di matrice islamica o semplicemente malavitosa (una cosa non esclude l'altra, in ogni caso) ancora attivi nelle Repubbliche autonome musulmane caucasiche della Federazione Russa. Se è vero che la guerriglia separatista cecena è stata ormai debellata come forza politico-militare in grado di minacciare l'integrità territoriale russa, è altrettanto vero che nelle Repubbliche del Caucaso settentrionale (specialmente in Inguscetia e in Daghestan) continua a sopravvivere un certo numero di piccoli gruppi insurrezionali più o meno aderenti al jihadismo wahabita, maschera politica e ideologica che spesso serve come copertura a semplice banditismo di tipo mafioso. Questi gruppuscoli, pur non costituendo più una minaccia militare diretta come era il caso dell'insurrezione cecena, rappresentano comunque una continua fonte di instabilità, essendo in grado di condurre una sorta di «guerra a bassa intensità» contro le autorità governative, con omicidi di poliziotti, di esponenti politici locali e di religiosi musulmani ostili al wahabismo.
Un altro fronte di tensione nella regione è l'irrisolto contenzioso fra la Russia e la Georgia per le autoproclamatesi Repubbliche di Ossezia Meridionale e di Abkhazia; a ormai un anno e mezzo dalla guerra dell'agosto 2008 russi e georgiani non sono giunti ad un accordo, con Mosca ancora risoluta nell'appoggio alle Repubbliche secessioniste e con il governo di Saakashvili che ancora non riconosce la sconfitta politica e militare patita nell'estate dell'anno scorso. L'atteggiamento sterilmente antirusso della dirigenza georgiana, ben simboleggiato dalla recente demolizione con la dinamite del monumento sovietico ai caduti (anche georgiani) della seconda guerra mondiale di Kutaisi, sembra sempre meno convincere quelle fazioni dell'élite georgiana stanche sia del governo di Saakashvili, sempre più dispotico, che dell'isolamento dalla Russia, che pure con la Georgia condivide l'appartenenza alla civiltà bizantino-ortodossa e la comune battaglia contro i turchi ottomani nel XIX secolo. Nello scenario politico georgiano sta facendosi sempre più sentire la voce di Zurab Nogaideli, già premier (dal 2005 al 2007) e collaboratore di Saakashvili, che ora, alla testa del suo partito «Per una Georgia Giusta», propone l'apertura di un processo di riconciliazione con la Russia.
Nonostante il sangue dell'estate del 2008, la Russia e la Georgia, nazioni ortodosse, hanno tutto l'interesse a riconciliarsi, come bene hanno compreso le loro rispettive chiese ortodosse nazionali, che non hanno mai interrotto i fraterni legami spirituali e politici, cementati nel XIX secolo dalla lotta agli invasori musulmani turchi e persiani. Proprio in questi giorni una delegazione di alto livello del Patriarcato di Mosca è in visita in Georgia per celebrare l'anniversario del patriarcato di Ilya II, il capo della chiesa georgiana.
Un altro segnale di speranza nella tormentata regione caucasica viene dall'Armenia e dall'Azerbaijan, che dopo anni di «guerra fredda» (e combattuta sul campo dal 1988 al 1992) per la questione del Nagorno Karabagh (regione azera abitata da armeni e proclamatasi indipendente) hanno deciso, durante l'anno che si sta chiudendo, di accelerare il processo di pace, facilitato anche dal clamoroso riavvicinamento fra la Russia, protettrice storica degli armeni cristiani, e la Turchia, alleata dei fratelli turchi di Baku.
Lo scenario caucasico alla fine del 2009 si presenta così, con persistenti ed allarmanti situazioni di instabilità appena mitigate da deboli venti di pace che si spera divengano forti correnti in grado di spazzare via le nubi che si addensano in una regione vitale per l'Europa, per la Russia e per tutta l'Eurasia.
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