Come in una partita a ping-pong, l'attenzione del pubblico si concentra sui movimenti della pallina piuttosto che sui giocatori. Ma le riforme non sono soltanto una questione di contenuti. Sono innanzitutto un fatto di mentalità e strategia, che raramente coincidono in entrambi i giocatori. E' come se ogni giocatore usasse la propria pallina. Ed è subito caos, cioè nulla di fatto.
Il Pdl ha una visione di sistema. Le riforme sono sempre al plurale. Dall'economia alla giustizia, dalla Costituzione alla scuola. La pluralità delle riforme corrisponde ad una crisi davvero singolare quanto devastante. Ma l'Italia ha smesso di scivolare nella curva del declino, persino in anticipo rispetto ad altri cugini europei. Le riforme diventano così il ricostituente non solo per ammodernare una forma di governo novecentesca, ma anche e soprattutto per consolidare l'uscita dalla crisi senza dover contare i danni.
Viceversa il Pd. Le riforme restano un affare di politica interna, che risponde alla logica del potere, che a sua volta ammette soltanto addizioni o sottrazioni. In pratica le riforme vanno a favore di qualcuno e contro l'interesse di altri. Le riforme, cioè, non sono qualcosa di diverso e superiore rispetto alle normali proposte di legge. Anzi, dato che il presidente del Consiglio si chiama Silvio Berlusconi, le riforme volute dal premier sono percepite chiaramente come tentativi di affermazione del suo potere personale. Perciò scatenano nel Pd reazioni ancora più politiche ed «emotive». Specialmente quando è in ballo la giustizia. Ma le barricate servono soltanto a bloccare i problemi invece che a risolverli - soprattutto quando il «no» rabbioso arriva all'improvviso dopo un «sì» aperto al dialogo.
Ma questo è il punto: il problema non è chi dialoga. Ma per cosa, cioè per quale fine. Se il Partito Democratico continuerà a credere nella sostanza che il dialogo vada solo a favore del premier, le riforme resteranno una parola. Sarebbe stato utile che tra gli auspici per l'anno nuovo il Pd avesse scritto anche l'emanciparsi dalla mentalità del potere a tutti i costi. Basta poco per capire che le riforme appartengono al piano della meta-politica. Sono fatte dalla maggioranza e dall'opposizione di oggi. Ma valgono anche per le maggioranze e le opposizioni di domani. Il costo del compromesso vale la rendita di un sistema politico e sociale migliore. Vuol dire altruismo e fiducia, sia tra di noi che facciamo le riforme, sia verso quelli che verranno.
Ecco perché le riforme bipartisan hanno anche un valore educativo: dimostrano infatti che la politica non è (solo) potere ma anche polis, cioè governo della comunità pubblica. Sarebbe un ottimo modo per iniziare il nuovo decennio. Per l'Italia.
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