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Numero 353
del 26/01/2010
I dogmatici della Costituzione immutabile PDF Stampa E-mail
! di Raffaele Iannuzzi
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sabato 23 gennaio 2010

In un'articolessa pubblicata su La Repubblica il 22 gennaio, il professore Stefano Rodotà pretende di dimostrare che tutte le riforme sono possibili, tranne una: quella della Costituzione. E giù fior di citazioni, dalle sentenze della Corte Costituzionale alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789. Se avesse avuto più spazio - ma vedrete che glielo concederanno presto - avrebbe citato la Genesi, il Vangelo di Giovanni («In principio era il Lògos»... repubblicano) e chissà che altro. Sforzi superlativi da parte di una mente fervida per mettere i proverbiali paletti in materia di «mutazione genetica» della Costituzione. Sarà, ma tutto questo tininnar di sciabole su presunti «mutamenti di regime» e/o «crisi di regime» ci sembra troppo evidentemente grottesco e risibile. Anche perché, se tutto può essere cambiato, modificato e migliorato tranne la Carta Costituzionale, è evidente che questa assurgerebbe al rango di «religione laica». Qualcosa di più di una «religione civile», una sorta di dogmatica dello Stato «democratico». Chiunque osi parlare di riforma anche della solo della seconda parte della Costituzione è bollato di eresia; chi poi vuole toccare la sacralizzata prima parte merita la tortura e il linciaggio da parte della classe intellettuale.

La verità dimenticata è che la Costituzione ammette la riforma di se stessa. Vale la pena richiamare l'articolo in questione, il 138: «Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti». Ci sono, certo, modalità adeguate al compito, azioni specifiche, prassi da rispettare scrupolosamente, ma da nessuna parte è scritto: «Impossibile».

Dunque, di che cosa sta parlando Rodotà? Il professore si riferisce all'articolo 139, che recita: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». E allora? Qui si parla di «forma repubblicana», cioè del fatto che siamo una Repubblica e che tale intendiamo rimanere, non diventando una monarchia o altra forma spuria e inaccettabile per la nostra storia politica. Sì, ma che c'entra? C'è forse qualcuno che voglia seriamente cambiare la Costituzione repubblicana onde realizzare una monarchia, magari con l'intervento esterno delle forze dell'ordine, dell'esercito, con l'uso della forza insomma? E se, secondo Rodotà, esistono simili folli, chi sono, di grazia? Fuori i nomi e i cognomi. Tutto vogliamo sapere da Rodotà, pendiamo dalle sue labbra.

E' evidente che siamo di fronte ad un docente universitario che scende sul piano della bassa polemichetta partigiana e seleziona i dati storici e politici come meglio gli aggrada. Non solo, Rodotà dimostra anche una scarsa conoscenza del dibattito sulla riforma della prima parte della Costituzione - già impugnata da Calamandrei, peraltro -, che ha avuto una nuova stagione di riflessione proprio nell'ambito della sinistra liberal, che al professore dovrebbe piacere molto. Stiamo parlando di alcuni interventi di Franco Debenedetti (anno 2006) sulle colonne del Riformista e di un dibattito, a seguito di queste posizioni, che ha visto come protagonisti alcuni esponenti dell'Istituto Bruno Leoni. Tra l'altro, le argomentazioni di questi studiosi erano omogenee e assai simili a quelle avanzate dal ministro Brunetta alcune settimane fa. In soldoni: meglio il primato della persona che il primato del lavoro. Perché la storia va avanti e non aspetta Rodotà. Anche se quest'ultimo - come l'altro grande luminare della sinistra ideologica, Zagrebelski - finge di non saperlo. O, forse, non lo sa, pretendendo di farsi hegeliano nello spazio di in week-end: il reale è razionale. Cioè, è partorito dalla testa dei «professori».




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Commenti (1)
1. 24-01-2010 18:38
Impiegato
Informazioni per vacanze estive.
Scritto da Vito

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