A quasi una settimana dal secondo turno dalle elezioni presidenziali ucraine appare oramai chiaro come la «rivoluzione arancione» del 2004 sia solamente una pagina del passato, e non solamente per via della vittoria, pur non schiacciante, del candidato «filo-russo» Viktor Yanukovich sulla «filo-occidentale» Julija Timoshchenko, ma per il diverso contesto internazionale che ha accompagnato questa tornata elettorale, lontano anni luce dal manicheo contrapporsi del 2004 fra le forze «arancioni» e i sostenitori di Yanukovich.
La vittoria di domenica scorsa di Yanukovich, a dire il vero piuttosto di misura con il 48,95% dei voti contro il 45,47% dell'avversaria (il 4,36% ha votato «contro tutti i candidati», un'opzione possibile in Ucraina), è stata subito contestata dalla sconfitta Timoshchenko, che già dal giorno successivo prometteva proteste per sicuri brogli elettorali, quasi minacciando una riedizione della «rivoluzione» del 2004, scoppiata anch'essa dopo la contestata vittoria elettorale di Yanukovich, successivamente sconfitto dall'allora leader dell'opposizione «filo-occidentale» Viktor Yushchenko. Durante l'ultima settimana, tuttavia, a dispetto delle speranze della Timoschenko, sono arrivati dalla comunità internazionale segnali che vanno in direzione del tutto opposta all'appoggio di una nuova »rivoluzione»: l'OSCE e l'Unione Europea hanno dichiarato il voto libero e legittimo e, quasi come colpo finale alle speranze di un ribaltamento degli esiti elettorali, giovedì è arrivato un messaggio del presidente americano Obama di congratulazioni per la vittoria di Yanukovich, che a questo punto sembra godere del supporto della Russia (quasi scontato), dell'Europa e degli Stati Uniti.
A questo punto è opportuna una breve analisi di queste elezioni, che va fatta mettendo da parte facili semplificazioni mediatiche e tenendo bene a mente il contesto storico e geopolitico nel quale si muovono i vari attori della politica interna ucraina. Per meglio comprendere le dinamiche della politica ucraina andrebbe posta l'attenzione sulla distribuzione geografica del voto, ben rappresentata dalla carta tematica sotto riportata, che raffigura con diversi colori i distretti elettorali a seconda della maggioranza di voti espressi (in blu i distretti che hanno dato il voto a Yanukovich, in rosa alla Timoshchenko) e con diverse tonalità degli stessi colori la percentuale di preferenze prese dal candidato di maggioranza.
Se è vero che una mappa tematica dà una rappresentazione statica e non ci dice nulla sui dati sociologici sull'elettorato ucraino (sesso, età, professione, titolo di studio, ecc...) è pur vero che tale raffigurazione ci consente ugualmente alcune considerazioni orientative. La rappresentazione cartografica ci mostra così un paese nettamente diviso in due, con le provincie estremo occidentali della Galizia e quelle estremo orientali del bacino del Donets schierate compattamente, e quasi unanimemente con percentuali fra l'80% e il 90%, rispettivamente con la Timoshchenko e con Yanukovich, e con il resto del paese comunque diviso in due fra un sud-est che ha dato il voto al candidato «filo-russo» e un centro-ovest che ha scelto la candidata «filo-occidentale».
La distribuzione del voto e la sua nettissima polarizzazione geografica aiutano a capire come la posta in gioco della politica ucraina non sia solo e tanto la scelta fra «passato sovietico» e «futuro democratico», o fra «Russia» e «Occidente», ma la concorrenza di due veri e propri progetti nazionali contrapposti, e cioè quello «Ucraino-occidentale» (impersonato più dallo sconfitto Yushchenko che dalla Timoshchenko), caratterizzato da una dimensione più mitteleuropea e cattolica uniate, lascito della lunga dominazione polacca e asburgica delle provincie galiziane, e quello «Ucraino-orientale», più vicino al mondo russo-ortodosso orientale anche se non necessariamente teso ad un'effettiva riunificazione con l'ex potenze imperiale.
L'errore compiuto da molti osservatori occidentali è stato quello di identificare tout court l'opzione identitaria «ucraino-occidentale» con una scelta di campo democratica, europeista o addirittura atlantista, dove le simpatie euro-atlantiche di molti esponenti di questa tendenza sono motivate più dal tradizionale nazionalismo anti-russo che da un sincero amore delle istituzioni democratiche occidentali. Non a caso alcune scelte schiettamente nazionaliste dell'oramai tramontata leadership «arancione», come la celebrazione ufficiale dei leader nazionalisti Stefan Bandera e Roman Sukhevich, accusati di collaborazionismo con la Germania hitleriana, hanno irritato non solo i russi ma persino la Polonia, paese di sicura fede atlantica che nel 2004 appoggiò entusiasticamente la «rivoluzione arancione» in chiave anti-russa, e ambienti politici statunitensi sensibili alle istanze dell'opinione pubblica ebraica.
Se le ultime elezioni hanno visto l'eclisse della «rivoluzione arancione» lo si deve anche al maggior pragmatismo dimostrato dai principali candidati, con Yulia Timoshchenko che già durante il suo premierato era stata in grado di riaprire un positivo dialogo con la Russia e con lo stesso Vladimir Putin e con uno Yanukovich che si è presentato come candidato aperto anche all'Occidente e all'Europa, tanto da farsi curare la campagna elettorale dall'agenzia americana che organizzò la candidatura McCain del 2008.
Non è un caso, in ultimo, che uno dei temi più trattati durante la campagna elettorale sia stata la gestione della crisi economica mondiale, catastrofica per l'Ucraina, mentre sono state messe in secondo piano discussioni circa l'adesione o meno del paese alla Nato o all'UE, temi che evidentemente non scaldano più di tanto un paese bisognoso di un benessere economico che solo un rapporto equilibrato con Russia ed Europa può assicurare.
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