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Numero 366
del 28/04/2010
Il nuovo trattato Start e i dubbi della stampa Usa PDF Stampa E-mail
! di Cristiano Bosco
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sabato 10 aprile 2010

Uno dei sogni del presidente americano Barack Obama, come da lui stesso dichiarato in un discorso pubblico del luglio 2009, è di poter vivere in un mondo in cui non esistano le armi nucleari. Con l'intenzione di trasformare tale sogno in un obiettivo della sua amministrazione in politica estera, l'inquilino della Casa Bianca si è nei giorni scorsi incontrato con il presidente russo Dmitry Medvedev per ridefinire gli accordi e le strategie dei due paesi sul fronte degli armamenti atomici, mettendo mano allo storico trattato START (STrategic Arms Reduction Treaty) firmato nel 1991 da George Bush e Mikhail Gorbaciov. Incontratisi nel castello presidenziale di Praga, i due leader hanno deciso di comune accordo di mettere da parte le disposizioni previste dallo START, mettendo la firma su di un nuovo trattato che - se ratificato da entrambi i paesi - lo andrà a sostituire. Secondo quanto previsto dal nuovo patto, i due Stati antagonisti della Guerra Fredda si impegnano a ridurre il numero di testate nucleari strategiche a 1550, ovvero il 30% in meno rispetto a quanto precedentemente stabilito dal Trattato di Mosca del 2002, nonché a limitare il numero di missili balistici e bombardieri pesanti già impegnati a non più di 700.

Il presidente Obama ha salutato l'evento con soddisfazone, definendo il provvedimento «un importante risultato per la sicurezza nucleare e la non-proliferazione», ma al tempo stesso ammettendo che è considerabile solo come «un passo in avanti in un lungo viaggio», mentre la sua controparte russa Medvedev ha dichiarato che l'accordo servirà a «rendere il mondo più sicuro». «Quando gli Stati Uniti e la Russia non sono in grado di lavorare insieme su grandi questioni - ha dichiarato Obama - non è positivo per nessuna delle due nazioni, né è positivo per il mondo. Oggi abbiamo fermato questa tendenza e dimostrato i benefici della cooperazione». Toni caratterizzati da non poco ottimismo da parte americana, ma che, come ha notato lo stesso presidente russo, non cancellano le numerose divergenze di pensiero tra i due paesi riguardo alla spinosa e ancora non superata questione del sistema di difesa missilistico, che dovrà essere affrontata in un prossimo futuro. Nella giornata di martedì il ministro degli Esteri russo ha infatti reso noto che il suo paese potrebbe abbandonare il nuovo trattato START in qualsiasi momento «se l'aumento qualitativo e quantitativo del potenziale strategico anti-missile americano dovesse colpire l'efficienza delle forze strategiche russe».

Ma le eventuali future tensioni con l'ex nemico non sono l'unica preoccupazione che accompagna Obama nelle ore successive all'accordo. Per essere ratificati, i trattati internazionali hanno infatti bisogno dell'approvazione da parte del Senato e, per la precisione, del voto favorevole di ben 67 senatori. Dal momento che il Partito Democratico gode di soli 59 esponenti nella Camera Alta, ciò significa che almeno otto senatori dell'opposizione repubblicana dovranno votare al fianco della maggioranza, un compito non semplice in un Congresso caratterizzato da profonde divisioni, specialmente in seguito alla accesa battaglia - tuttora non conclusa - sulla riforma del sistema sanitario. Le reazioni del Partito Repubblicano alla firma del trattato sono ad oggi state molto fredde, se non addirittura assenti. Ciò non fa che suggerire che i vertici dell'opposizione non siano così disponibili a dare una mano alla Casa Bianca, rendendo la ratifica non scontata.

Al contrario degli esponenti repubblicani, finora per lo più taciturni al riguardo, dalle pagine dei quotidiani è giunta in queste ore una pioggia di critiche per l'ultima mossa in politica estera dell'amministrazione americana. Citando una recente battuta rivolta a Obama dal presidente francese Sarkozy («Viviamo nel mondo reale, non in un mondo virtuale, in cui vi sono due grandi crisi nucleari»), l'editorialista Claudia Rosett di Forbes non esita a scrivere che il «disarmo preventivo» non fa che rendere il mondo meno sicuro, dal momento che non è il nucleare americano, il quale funge da deterrente, la vera minaccia alla pace globale. Sulla stessa linea di pensiero l'opinionista Charles Krauthammer, che critica la nuova linea americana sul nucleare (che, stando a quanto stabilito dal Trattato di Non Proliferazione, prevede l'utilizzo di armi nucleari solo in caso di attacco atomico) chiedendo provocatoriamente: «Davvero qualcuno crede che la Corea del Nord o l'Iran saranno ora più persuasi ad abiurare le armi nucleari perché potrebbero portare a compimento un attacco biologico o chimico contro gli Usa senza temere la rappresaglia nucleare?». L'astro emergente repubblicano Liz Cheney e Tunku Varadarajan, professore alla Hoover Institution e firma del Daily Beast, infine, sono concordi nell'affermare che la strategia di Obama, sulla scia di quella di Jimmy Carter, sta «portando l'America sul percorso del declino».

E i problemi, per la Casa Bianca, non si esauriscono sul fronte interno. È infatti notizia recente che il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, abbia deciso di cancellare il suo viaggio a Washington previsto per la prossima settimana, così rinunciando a partecipare al vertice Usa dedicato proprio al nucleare. Dopo aver inizialmente annunciato la propria partecipazione, nella quale avrebbe parlato del rischio di acquisizione di armi nucleari da parte di gruppi terroristi, il leader israeliano ha deciso di fare dietrofront, dopo essere venuto a conoscenza del fatto che alcune delle nazioni partecipanti avrebbero intenzione di strumentalizzare la conferenza in chiave anti-israeliana. Secondo fonti americane, infatti, alcuni paesi arabi vorrebbero utilizzare il palcoscenico per chiedere espressamente a Israele di aderire al Trattato di Non Proliferazione, rinunciando quindi al proprio arsenale atomico. Una questione da tempo controversa che, riemersa in questi giorni, è stata male accolta dalle autorità di Gerusalemme, provocando non poco imbarazzo a Washington.




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