Proponiamo ai lettori un articolo di Paolo Del Debbio pubblicato su «Il Giornale» del 7 giugno 2010.
Berlusconi e Tremonti vogliono dare una falciata netta a ciò che rende inutilmente faticosa la vita di chi lavora e produce ricchezza senza pesare sulle spalle della spesa pubblica, i privati. Per fare questo in modo radicale occorre anche mettere mano alla nostra Costituzione e riformare l'articolo 41. Cosa dice questo articolo, che è uno dei più compromissori della nostra Carta? E perché va riformato? «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Fin qui poco da dire, soprattutto perché è chiaro che chi esercita il suo diritto a intraprendere non lo deve fare contro i diritti degli altri alla sicurezza (e qui in Italia c'è ancora molto da fare), alla libertà e alla dignità umana.
Tutto sacrosanto. Ma alla fine dell'articolo si legge che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Qui sorgono i problemi. E questo è ciò che il presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia vorrebbero cambiare. Cosa vuol dire controllare e programmare «perché l'attività economica privata sia indirizzata e coordinata a fini sociali»? Cosa si nasconde sotto questo linguaggio che non rappresenta certo un esempio di chiarezza? Si nasconde una sostanziale e mai sopita sfiducia nell'economia di libero mercato, nella concorrenza e nel fatto che quando c'è più libertà economica c'è più ricchezza. Che quando si lasciano liberi gli imprenditori potranno certamente accadere anche fatti negativi, degenerazioni, ma, alla fine, la ricchezza sarà cresciuta per tutti.
No, questi signori della tradizione cattolica e comunista non ci hanno mai creduto, sin dai tempi della Costituente, dove uno come Giuseppe Dossetti, cattolico, non disdegnava di prendere a fulgido esempio la Costituzione sovietica, che prevedeva la pianificazione totale dell'economia non lasciando nessuna libertà ai singoli e concentrando nelle mani dello Stato chi doveva produrre, cosa doveva produrre, quanto e cosa si doveva consumare. L'Unione Sovietica è finita, ma nella nostra Costituzione permangono tracce di questa cultura e l'articolo 41 ne è un esempio. E dove volete andare con una Costituzione come questa? Occorrerebbe un'impostazione diversa che trasudi fiducia nella libera iniziativa e dove sia permesso tutto ciò che non è deliberatamente vietato, in modo da evitare che un artigiano qualsiasi debba trovarsi tra le ruote un bastone dello Stato, della Regione, delle inutilissime Province che tanto piacciono alla Lega della Roma ladrona (boh!), del Comune, della Asl e della Comunità montana, magari con sede in prossimità del mare.
Occorrerebbe che nella Costituzione fosse inserita la concorrenza come un valore portante, così come è nei Trattati europei. Perché nella nostra Costituzione, tra i valori supremi, non figura la concorrenza? Cosa permette, se non la competizione economica, di far progredire materialmente la vita degli uomini e delle donne del nostro paese? Non è la competizione regolata il massimo valore dell'etica economica poiché spinge ognuno a dare il meglio di sé? Nei Trattati istitutivi della Comunità europea, agli articoli 80 e 81, si riconosce esplicitamente la libera concorrenza economica come un valore fondante e si dice con chiarezza ciò che non devono fare gli Stati per ostacolarla. Se questo è valido in Europa, perché non deve essere valido in Italia? Per quanto dobbiamo portarci dietro l'eredità infausta dei catto-comunismi costituenti? Fosse che fosse la volta buona.
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