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Numero 377
del 08/07/2010
Continua lo smarcamento di Fini PDF Stampa E-mail
! di Aurora Franceschelli
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venerdì 02 luglio 2010

Proprio mentre giovedì Berlusconi rimetteva piede in Italia, di ritorno da un viaggio di dieci giorni durante i quali il premier ha portato a casa consistenti intese commerciali per il nostro Sistema Paese, ecco che, quasi contemporaneamente, Gianfranco Fini, in occasione della presentazione della rivista «Nuove idee per la politica», in cui era presente anche il Ministro Sando Bondi, scaldava i muscoli per sferrare l'ennesimo attacco frontale alla maggioranza interna del partito.

Il Presidente della Camera, proprio come accadde in occasione del direttivo del Pdl che si tenne il 22 di aprile, ha dato l'impressione che l'abitudine a voler porre pervicacemente e puntigliosamente dei distinguo su innumerevoli aspetti della linea programmatica (una linea peraltro condivisa durante l'atto fondativo del partito), non rappresenti, come egli sostiene, la volontà di un sano confronto democratico: dietro il suo atteggiamento, piuttosto, sembra celarsi il desiderio di cuocere a fuoco lento, dall'interno, una leadership che egli non riesce evidentemente più ad accettare. Ieri più volte ha agitato lo spettro del «pensiero unico» che, a suo dire, governerebbe le scelte del partito, dimenticando che, sino ad ora, è stata la maggioranza interna a dettare la linea, e che, anche Berlusconi, come è accaduto ad esempio in occasione della scelta del candidato governatore per la Puglia, è stato in minoranza.

La nostalgia che Fini ha espresso per i politici mestieranti della Prima Repubblica cela quasi un sentimento di disprezzo verso chi, rivoluzionando il modo di fare politica, ha dato vita ad movimento di liberazione nazionale di cui il popolo è stato protagonista oltre i partiti ormai dissolti, in cui la cultura che emana dalla realtà del mondo si è imposta sulla cultura della rivoluzione e su una filosofia politica determinata. Berlusconi è stato capace di liberare la politica dal dominio degli intellettuali che dispensavano giudizi e fissavano dogmi sulla base di un «pensiero unico».

E' paradossale che questo «pensiero unico», ora venga attribuito a chi da esso ci ha liberato, creando un movimento che nasceva dal sentimento e dalla sensibilità popolare. Di «pensiero unico» Fini aveva parlato anche in occasione del Congresso fondativo, quando, durante la sua relazione, espresse una sua critica al movimento berlusconiano. Egli espresse il timore che la concentrazione di un popolo attorno a un leader fosse foriera di una limitazione di libertà e che creasse i presupposti per un'autosufficienza politica.

Eppure, come più volte teneva a rimarcare Gianni Baget Bozzo, in una democrazia compiuta è proprio il nesso tra popolo e governo che rappresenta il criterio di legittimità politica. Altrimenti, se si dimentica questo aspetto, si rischia di imboccare un sentiero anacronistico, dove la speculazione politica, che può essere anche proficua in un dibattito interno ad un partito, rischia di diventare improduttiva quando non riflette la reale cultura di bisogni di un popolo. Impuntarsi sulla riforma della legge elettorale come fa Fini, in questo momento, significa abdicare alla necessità di concentrarsi sulle reali necessità di cui il Paese ora a bisogno. Porsi come paladino di valori non negoziabili, di ideali e principi che sembrerebbero appartenere solo alla sua storia, come l'unità d'Italia, risponde alla continua volontà di marcare le distanze da quel Governo nei confronti del quale lui stesso a scelto di tenersi in disparte.

Oggi Fini vive la tensione che gli crea la sovrapposizione e tra il suo ruolo istituzionale, che lo ha visto chiamarsi fuori da una posizione dentro il Governo, e la sua anima da uomo di partito, che lo spinge a continuare a svolgere un ruolo politico malgrado ricopra un incarico di garanzia costituzionale.




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